curiosa di natura

Il merlo e la mamma improvvisata

Per la rubrica “Li abbiamo aiutati così”, Lisa ci racconta la bellissima avventura della Fra, un piccolo merlo caduto dal nido, una storia d’amore, di mamme e del saper lasciare andare.

Era circa fine maggio. Giornate con venti molto turbolenti. Mia figlia e gli amichetti portano a casa un pulcino di merlo, caduto di certo dal suo nido. Lei, mia figlia, mi guarda supplichevole; giura che se ne sarebbe occupata lei in persona; salta per strapparmi il permesso di tenere questo merlo. Non vorrei ma mi convince. Grazie ad un amichetto della mia bambina otteniamo in 10 minuti una gabbia e del mangime adatto a questo pulcino.

Qualcuno ha un’idea di come si alleva un pulcino di merlo? E’ facile accoglierli in casa nel momento in cui ci si fa trasportare dall’essenza della crocerossina, ma crescerli facendoli stare bene è tutto un altro paio di maniche. Volevo che crescesse in salute e sereno, tranquillo in questa casa di umani. Volevo che imparasse a nutrirsi da solo e a volare, ottenendo la propria indipendenza e libertà; ottenendo un futuro. Lo volevo “salvo” in tutto e per tutto. Sapevo di non avere la minima idea di come fare.

La Fra, pulcino di merlo femmina nella sua gabbietta (foto di Lisa Bortolotti)

Ho dovuto imparare presto. Abbiamo appreso che il pulcino era una femmina (dal colore del piumaggio) e subito è arrivato il nome giusto: Fragolina. Lo ha scelto mia figlia. Per me è diventata “la Fra”.
Presto mi sono dovuta occupare quasi in esclusiva della Fra, ad eccezione dei vermi: mia figlia si è defilata in pochi giorni. La Fra ed io eravamo spesso sole in casa: ho dovuto capire subito quando pigolava disperata per la fame, ho preso l’abitudine a tenere d’occhio l’orologio per nutrirla nei tempi giusti con una precisione quasi svizzera, ero quella che capiva il suono della sua soddisfazione da pancia piena, dovevo immaginare quando fosse opportuno darle da bere, le davo la buona notte alla sera.

Due o tre cose sui merli me le ha spiegate lui, l’amichetto “animalista” di mia figlia, quello della gabbietta: come darle da bere, come pulire la gabbia, che doveva fare il bagnetto (un bisogno essenziale per gli uccellini e di cui ho privato la Fra, per ignoranza, per diversi giorni).

Poi c’è stato internet, al quale ho chiesto consulto: ho scoperto che avrei dovuto insegnarle a trovare il cibo e poi a volare. Io???? A volare??????
La Fra aveva solo me come mamma. Una inespertissima e insicura mamma adottiva. Dovevo fare del mio meglio e in qualche modo riuscire nell’impresa.

Dopo pochi giorni, Fra cresciuta e molto più sicura di sé, si è fatta forte l’esigenza di farla uscire dalla gabbia. Ma in quale stanza? L’abbiamo liberata in cucina e ha iniziato il suo percorso per imparare a volare. Saltellava ovunque nella stanza: dapprima sul pavimento, poi, con balzi più grandi, sulle sedie e nei vasi delle piante.

Ha sporcato ovunque, abbiamo tenuto fuori il gatto (super contrariato di non essere più il re della casa), ha monopolizzato l’uso della cucina … Insomma, è stato bellissimo. Dico davvero!

Cinguettava, saltava, ci veniva in braccio e soprattutto chiedeva il cibo, frutta compresa, con quel suo sbattere l’aluccia sul bancone della cucina!!! Ah, quando ha scoperto la frutta!! Fragole, ciliegie erano le sue preferite. E come cinguettava felice!!! A pancia piena, poi, il sonnellino.

La Fra, comodamente seduta sulla spalliera della sedia (foto di Lisa Bortolotti)

In poco tempo l’abbiamo introdotta all’esterno, per farle prendere confidenza con il giardino e vegliando costantemente sulla sua sicurezza per evitare l’attacco di altri uccelli o di gatti, il nostro compreso. Le porte erano costantemente aperte per consentirle una fuga d’emergenza. Lei ha imparato presto a nascondersi sotto le piante, privilegiando il rosmarino: le gazze erano il suo più grande terrore. Nello stesso periodo ha anche imparato a procacciarsi il cibo da sola anche se preferiva comunque essere imboccata da noi come le migliori delle principesse viziate: ti guardava, inclinava la testa e faceva quel “cip” inequivocabile accompagnato dal gesto dell’ala. Ruffiana di prim’ordine!

Ci capivamo noi. Ero un po’ la sua mamma.
Sapevo che lei sapeva che ero solo la sua mamma adottiva, temporanea.
Ero io quella che non l’aveva ben chiaro. La temporaneità della cosa intendo. Per noi umani quando diventi mamma lo sei per sempre …

E’ stata un po’ una magia l’imparare a capirsi. Guardarsi, ascoltarsi e non parlare.
Comunicare. Senza le parole.
E’ stato straordinario: la facilità, la velocità e l’efficacia con cui tutto questo è avvenuto!
Mi chiedevo come avrei mai potuto fare a capire le esigenze di un pulcino. Non sapevo neppure se avrebbe saputo chiedermi la cosa giusta. Sciocchezze da umani!

Si è creato un legame. La guardavo e capivo. E lei ci osservava, capiva come funzionava il mondo (retrogrado) degli umani e imparava come dirci le cose. C’è in loro un’intelligenza superiore.

Le parole non sono sufficienti per descrivere questo fenomeno. Credo che diventiamo tanto più comunicativi quanto più abbandoniamo la parola per lasciare spazio alle sensazioni interiori.

La Fra mi ha insegnato così tanto in questo senso! E’ come se mi avesse catapultata in una dimensione superiore e ora sentissi tutto il peso limitativo del modo umano di comunicare, fatto di parole e filtri.

Ancora di più mi ha insegnato cosa vuol dire “lasciare andare”. Mi sono sempre considerata una mamma che sa creare il giusto distacco con i suoi piccoli, che crescono e devono prendere la loro strada. Non sono espansiva e nemmeno mielosa. Lei mi ha mostrato che così non sono.

Ormai La Fra volava in giardino per brevi tratti e ogni giorno di più prendeva sicurezza e forza. Alla sera la riportavamo in casa, ma al tramonto si agitava parecchio: nella gabbia, pronta per la notte, si calmava solo con un panno a coprirle la visuale. La cosa non mi piaceva affatto ma era necessaria per evitare che si rompesse il becco contro il ferro della gabbia, svolazzando all’impazzata come fosse posseduta.

Quella sera in particolare era molto agitata e, appollaiata al mio dito, l’ho portata fuori, con l’intento di farla sfogare un po’ prima di metterla nella gabbia per la notte. La notte, la pericolosa notte.
Fra era diversa. Era agitata quella sera. Ma soprattutto vedevo che pensava qualcosa, qualcosa di impellente e necessario, qualcosa che era più forte di lei. Qualcosa, ora lo so, che si chiama “istinto”.

La Fra

La Fra davanti alla finestra. Sarà ora di lasciare il nido, la casa?! (foto di Lisa Bortolotti)

E’ successo velocemente. E’ volata via. In due salti è volata su un albero dei vicini.

Ormai era quasi buio e non rispondeva ai miei richiami. Non voleva tornare.
Ha passato la notte fuori. La pericolosissima notte. Io mi sono sentita malissimo. Mi sono sentita una pessima madre, preoccupata, sola e abbandonata.

Il mattino dopo La Fra si è presentata puntuale. Questo è stato solo l’inizio perché nel giro di qualche giorno ha preso sempre di più le distanze da noi finché non è più tornata in modo definitivo.

Tre giorni. In tre giorni è cambiato tutto. Ha smesso di farsi toccare e sempre di più ha messo metri tra noi e lei. Ha smesso di chiedere vermi e poi di beccarli una volta stanati. Ha smesso di presentarsi sotto il portico.
Mio marito ha raccontato che una mattina, l’ultima dei tre giorni, La Fra si è presentata in volo in giardino ed è stato come se dicesse “addio”. L’ultimo saluto. Come se fosse finito un tempo, fosse suonata una campana o una sveglia. Non l’abbiamo più vista.

Non sappiamo se viva ancora qui attorno o sia andata più lontano e non so se riusciremmo a riconoscerla adesso che il suo becco sarà di certo guarito, ma io osservo sempre i merli qui attorno nella speranza di incontrarla.

Il suo istinto l’ha portata a “prendere il volo”.  Però, dice mio marito, ci è venuta a salutare. A ringraziare. Già …

Il mio istinto umano mi fa dire “poteva comunque rimanere qui in zona, le avremmo dato cibo, soprattutto in inverno, e anche un riparo esterno se fosse stato necessario. Avrebbe potuto … portare i suoi pulcini … “.

Ma io sono un essere umano e di certo ho un’immagine dell’amore diversa da quella dei merli. So che La Fra ci ha amati. Lo so. Ma poi la Vita doveva andare avanti e lei è un merlo, selvaggio e fiero. Lo dico con le lacrime, perché mi manca tanto: manca la grandezza dei sentimenti che ha suscitato in me, della comunicazione così forte al di là delle parole, degli insegnamenti che un esserino così piccolo mi ha dato. Mi manca quella dimensione “ulteriore” nella quale riuscivamo a relazionarci.

Dice il detto che il battito di ali di una farfalla produce uragani dall’altro lato del mondo. Noi abbiamo salvato addirittura un merlo e chissà, mi chiedo, in proporzione, come cambierà il destino del mondo per questo.

“Fra, non so dove sei. Racconta agli altri merli la tua esperienza, tramandala ai tuoi pulcini, tutti quanti. Dì loro che sì, noi umani nel complesso, come specie, siamo un disastro, una grande tragedia naturale, ma che presi uno a uno, talvolta, non siamo poi così male, non siamo così da buttare. Non è facile ma da qualche parte, dentro di noi, sappiamo essere buoni. Dì loro di perdonarci tante colpe: siamo stupidi, andremmo educati, trasformati, evoluti. Non perdete le speranze. Dì loro che possiamo anche far qualcosa di buono. Talvolta.”

Sono Lisa Bortolotti, economista e systems thinker: significa che mi occupo di sistemi (naturali e non) e di pensiero sistemico applicato alle aziende.  Ho un blog, Cappuccetto Bianco, in cui tratto i temi a me cari.
L’incontro con il mondo animale è sempre una scoperta: convinta che gli animali non vadano umanizzati nè antropizzati, l’occasione di vita insieme mi regala sempre opportunità di crescita.
La Fra è entrata nella mia vita per caso e sempre per caso mi ha toccato il cuore: se rimaniamo aperti a ricevere scopriremo che il mondo animale (e quello vegetale e minerale) hanno molto da insegnarci e, ne sono certa, siano sistemi evolutivamente molto avanzati.

Vi è piaciuta la storia di Lisa e della Fra? Ne avete una da raccontare anche voi? Leggete qui e partecipate :-)

SalvaSalva

SalvaSalvaSalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

Plastica e oceani: due appuntamenti da non perdere

Ocean Plastics Lab è una mostra itinerante che passa anche dall’Italia. One Ocean Forum è un nuovo appuntamento per parlare di oceani e inquinamento da plastica. Due appuntamenti da non perdere per salvare i mari, gli oceani e i loro abitanti.

Ocean Plastics Lab è una mostra itinerante che ci ricorda il grave problema dei mari e degli oceani inquinati dalla plastica.

Nell’estate del 2016 ho raccontato questo grave problema in una serie di post qui sul blog (questo il primo), prendendo spunto dalla lettura del libro “Come è profondo il mare“.

Il tema dell’inquinamento da plastica di mari e oceani resta, purtroppo, di grande attualità. La  mostra Ocean Plastics Lab è promossa dal Ministero Federale dell’Educazione e della Ricerca della Germania, in collaborazione con il Consorzio Tedesco per la Ricerca Marina (Konsortium Deutsche Meeresforschung, KDM) e con il supporto della Commissione Europea con l’obiettivo non solo di sensibilizzare la popolazione sugli effetti dell’inquinamento provocato dalla plastica dispersa nei mari ma anche con la volontà di creare un dialogo tra scienza e società.

La mostra farà tappa a Torino dal 27 settembre al 7 ottobre in Piazza Solferino. Toccherà in seguito altre quattro città: Parigi, Bruxelles, Washington D.C. e Berlino.

Tutti i nostri avanzi di plastica – dalle bottiglie ai bicchieri di caffè, dai giocattoli ai sacchetti di plastica abbandonati sulle spiagge che arrivano nei mari – creano un grande danno alla flora e fauna marina, ma non solo, pur essendo immagini di questo tipo sotto gli occhi di tutti quotidianamente sembrano però passare inosservate.

Nonostante ciò quel che vediamo è una piccolissima parte della plastica che annualmente finisce nei mari e negli oceani. Buona parte dei rifiuti di plastica non è infatti riconoscibile a occhio nudo, la plastica si riduce in piccole particelle che vengono disgregate dai raggi UV e dalle onde. Una volta assunta questa forma, non dovrebbe stupire che la plastica arrivi in ogni dove, fermandosi per centinaia di anni per essere totalmente decomposta.

“The Garbage Patch State” foto ©unive.it

Un secondo appuntamento per parlare dell’inquinamento da plastica che colpisce mari e oceani è One Ocean Forum. Evento ideato da Yacht Club Costa Smeralda come momento di condivisione e sensibilizzazione al tema della sostenibilità ambientale. L’incontro nasce dall’idea di mostrare i progetti innovativi di salvaguardia dell’ambiente marino e promuovere azioni pratiche rivolte alla tutela del mare e dei suoi abitanti.

Gli incontri del forum si svolgeranno a Milano, presso il Teatro Franco Parenti, il 3 e il 4 ottobre 2017. Trovate altre informazioni sul sito. Sui social, potete seguire gli hashtag #nobottle4theocean e #oneoceanforum.

Due appuntamenti da seguire per non dimenticare il mare, gli oceani, la flora e la fauna che ci vivono e li abitano. E per non dimenticare che in natura è sempre tutto collegato.

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

Visitando l’Orto Botanico di Bologna

Sono stata un weekend a Bologna in occasione del SANA e ho visitato il bellissimo Orto Botanico presso l’Università della città. Vi racconto il mio percorso e vi consiglio di visitare l’Orto se passate da quelle parti.

L’Orto Botanico ed Erbario dell’Università di Bologna è uno tra i più antichi d’Europa (nasce nel XVI secolo). Amo molto la botanica, le piante, gli orti botanici e i giardini. Appena ho avuto la possibilità di trascorrere qualche giorno a Bologna ho subito pensato di farmi un giro in mezzo alla natura, tra il verde e gli alberi di questa zona dell’Università dedicata allo studio e alla ricerca, ma aperta anche alla conoscenza del pubblico, dei visitatori, delle famiglie.

L’Orto Botanico è davvero grande: una superficie di 2 ettari che arriva fino alle mura antiche della città. Raccoglie al suo interno collezioni tematiche di pregio e ricostruzioni di ambienti naturali. Sono presenti anche quattro serre: due tropicali, due di piante succulente e una piccola serra di piante insettivore.

L’ingresso è sulla via Irnerio, da dove si accede a numerose facoltà universitarie di carattere scientifico. Appena entrati, ci accoglie il giardino anteriore con piante arboree e gimnosperme. Caratteristico di questa zona un grande Ginkgo biloba, un’antica pianta a seme presente anche in molti giardini della mia città, Milano. Camminando nel verde si incontra poi una metasequoia, una conifera del periodo Terziario, che abitava la nostra Terra 600 milioni di anni fa e che si pensava fosse estinta. In questa zona anteriore ci si può fermare a sostare sulle numerose panchine attorno alla fontana che ospita piante delle zone rocciose.

Camminando oltre si arriva al vero e proprio ingresso dell’Orto Botanico: il giardino posteriore. Qui sono stati ricostruiti molti ambienti tipici della zona di Bologna, primo fra tutti il bosco di latifoglie. Proseguendo si incontrano poi le serre, l’orto dei semplici, le collezioni tematiche, note soprattutto per le rose, e il bosco-parco. Belle anche le vasche con piante acquatiche spontanee italiane, molte delle quali davvero rare, e le vasche con specie esotiche.

La serra delle piante succulente raccoglie tutte le principali famiglie di questo raggruppamento botanico. Sono disposte secondo la zona geografica di origine: America centro-meridionale, Africa, Madagascar, Canarie e secondo la loro fisiologia.

La serra tropicale, invece, è ricca di Bromeliacee ed orchidee, tipica vegetazione delle foreste pluviali. Raccoglie anche molte piante alimentari che provengono proprio da quelle zone: caffè, palma da cocco, datteri, spezie e piante medicinali.

La serra delle piante carnivore presenta diverse specie di piante molto particolari. Le carnivore sono in grado di catturare piccoli insetti con varie strategie molto elaborate ed efficaci. Questo per poter integrare la loro dieta di acqua e sali minerali con sostanze di origine animale.

La visita prosegue quindi con l’Orto dei semplici. Molti orti botanici sono nati come orti dei semplici: nel Medioevo venivano allestiti per coltivare e studiare le piante medicinali, quelle dalle quali si ricavano medicine e principi attivi usati in erboristeria. Il primo Orto Botanico di Bologna fu fondato nel 1568 proprio come orto dei semplici dal grande naturalista Ulisse Aldrovandi. Qui si possono trovare le piante aromatiche, la digitale, l’equiseto, la calendula, il peperoncino, il ricino, la cicuta, la belladonna.

Dopo la zona dell’orto dei semplici, si cammina verso il bosco golenale, una zona di boscaglia tipica della pianura emiliana. Qui crescono piante che amano l’umidità e alberi quali il pioppo bianco, i frassini e gli aceri.

Dopo la boscaglia si incontra lo stagno, specchio d’acqua dolce che raccoglie molte specie animali e vegetali tipiche di ecosistemi che in natura stanno scomparendo. Tritoni, coleotteri, girini, chiocciole e libellule sono tutti abitanti di questo stagno.

Alla fine del percorso troviamo il giardino roccioso. Una zona composta da blocchi di gesso tipici delle zone collinari bolognesi e romagnole. Si incontrano piante quali le felci, le Crassulacee, le opuntie, ma anche il timo e il cisto. Segue poi una zona con rocce diverse, rocce basiche con carbonati (calcari, dolomie, marne). Infine, la zona con rocce acide e suoli a pH acido chiude il giro del giardino roccioso.

Il bosco è l’ultima zona che si incontra durante il percorso di visita all’Orto. Si tratta di una ricostruzione dei boschi appenninici che si possono incontrare nelle zone collinari e montane dell’Emilia. Le piante qui sono distribuite in fasce di vegetazione fino ad arrivare ad una zona più asciutta e soleggiata che ospita piante del bosco sempreverde mediterraneo.

La mia visita si è conclusa qui. Purtroppo non sono riuscita ad accedere all’Erbario, ma mi sarebbe piaciuto molto visitarlo. È un’area chiusa al pubblico e aperta solo per motivi di studio e ricerca. L’erbario di questo Orto Botanico contiene 100.000 campioni e le collezioni di Ulisse Aldrovandi e Antonio Bertoloni

Se abitate in zona o se siete in viaggio a Bologna, se amate il verde, la natura e i giardini, vi consiglio di programmare qualche ora di visita a questo bellissimo giardino. Proseguendo poi la vostra camminata per via Zamboni, vi ritroverete proprio nel centro della città. Un modo per unire la storia e l’arte alla natura e al paesaggio in un’unica giornata.

*nota* Molti nomi di piante e i nomi delle varie zone del percorso sono tratti dal volantino guida fornito ai visitatori all’ingresso dell’Orto, curato dall’Orto Botanico ed Erbario, Sistema Museale di Ateneo, Bologna

SalvaSalva

SalvaSalva

Il mio giro al Sana 2017

SANA, il Salone Internazionale del Biologico e del Naturale, si è appena concluso a Bologna. Quest’anno ci sono stata e vi racconto il mio tour e la nuova sezione Green Lifestyle

SANA è il Salone Internazionale del Biologico e del Naturale, che si svolge ogni anno a settembre a Bologna Fiera. Da venerdì 8 a lunedì 11, si sono trovati qui molti espositori e visitatori interessati al mondo del naturale. Quest’anno ci sono stata, per la prima volta, e vi racconto il mio tour.

Quello del biologico è un settore economico in costante crescita, grazie al cambiamento culturale di questi anni e al fatto che molte persone scelgono uno stile di vita più responsabile verso la persona e l’ambiente. I consumatori oggi sono davvero consapevoli e acquistano prodotti di qualità, che rispettano gli animali e l’ambiente, verso un maggiore benessere naturale.

Qualche numero su questa manifestazione. Il SANA si sviluppa su un’area di 22.000 metri quadrati, sono presenti 920 aziende (il 10% in più del 2016) con buyer provenienti da 30 Paesi del mondo. I settori trattati sono diversi. L’Alimentazione Biologica (2 padiglioni) e la Cura del corpo naturale e bio (2 padiglioni) sono i temi che caratterizzano da sempre il Salone.

La novità del Green Lifestyle. Ho trovato molto interessante la novità di quest’anno: il padiglione dedicato al Green Lifestyle, con diverse aree tematiche al suo interno. La zona Home & Office con soluzioni per la casa e l’ufficio all’insegna del legno biologico certificato e dei prodotti di origine vegetale. Mom & Kids, con mobili, abbigliamento, giocattoli, vestiti per bambini e neonati, tutti biologici e sicuri. Pet & Garden, l’area dedicata ai prodotti per gli animali domestici e per il giardino e il terrazzo di casa. Hobby & Sport con idee per il tempo libero e il fitness che rispettano l’ambiente e Travel & Wellness, viaggi e soggiorni green con particolare attenzione per il benessere naturale della persona.

I prodotti da votare. Appena entrati in Fiera, ci ha accolto una zona centrale dove erano esposti più di 700 prodotti in gara nella sezione SANA Novità. Il visitatore poteva votare i propri prodotti preferiti di ogni sezione espositiva. Il premio è in linea con i principi del Salone: l’adozione a distanza di un albero da frutta biologico, con la possibilità, da parte del vincitore, di ricevere il raccolto a casa.

Una giornata a SANA 2017

Una giornata a SANA 2017

Il mio giro per il Salone. Ho camminato in lungo e in largo tra i padiglione di questa interessante manifestazione. Mi hanno subito colpito i colori degli stand, che sono i colori della natura, dei fiori, della terra, dell’erba e del mare. Passeggiando vieni inondato da una serie di profumi, odori, fragranze che è difficile dimenticare.
Acqua di profumo, saponi, oli essenziali, prodotti biologici appena cotti e sfornati, tutto concorre a farti annusare l’aria in continuazione. Anche l’occhio vuole la sua parte, si dice, e ho notato con stupore dei bellissimi stand ricchi di prodotti esposti in ordine cromatico, in gradazioni dal giallo al rosso, dal verde al blu. Colori, odori e sapori sono quello che resta dentro dopo aver visitato il SANA.
Nei padiglioni dedicati al cibo biologico ho potuto assaggiare davvero di tutto: pane, pizza, dolci e biscotti, succhi di frutta e estratti di ogni tipo. Tutto buono, saporito, gustoso. Mille gusti e combinazioni. Farro, kamut, quinoa, cocco, anacardi, agrumi, frutti di bosco e poi menta, basilico, zenzero, curcuma e tanti altri sapori.

Qualche curiosità dal SANA 2017. Non sono molto esperta di biocosmesi ma qui ho incontrato tantissimi espositori coi loro interessanti prodotti, tutti naturali, tutti senza componenti di origine animale. Anche il settore food mi ha conquistato coi suoi mille assaggi e  le tantissime novità esposte.

In particolare, però, mi sono soffermata nel padiglione Green Lifestyle e ho scovato alcune curiosità sull’acqua. L’acqua ha un ruolo importante nella nostra vita, per la salute e per la bellezza. L’acqua alcalina, quella a pH superiore a 7, assicura una maggiore idratazione, è più energizzante e detossificante. Molti stand propongono appositi apparecchi per ottenere acqua alcalina direttamente dal rubinetto di casa. Sempre a proposito di acqua, mi sono soffermata allo stand di Flaska, una bottiglia in vetro che, tramite una procedura detta TPS, cambia la struttura vibrazionale dell’acqua, rendendola simile all’acqua di sorgente. Quello che mi ha davvero conquistato è Ulla, un sensore da mettere sulla borraccia o sulla bottiglia dell’acqua, che è in grado di registrare il movimento della bottiglia stessa e ti ricorda di bere. In questo modo si mantiene la giusta idratazione ogni giorno, in ufficio, al lavoro.

Attenzione al mondo degli animali. Gli animali da compagnia sono sempre più presenti nelle nostre famiglie e sempre più curati. Ho trovato molte varietà di cibo naturale, sia a base di carne, che vegetariano e vegano per cani e gatti. Molto interessante è l’utilizzo degli oli e delle essenze naturali per curare alcune patologie dei nostri animali. La paura di viaggiare e il mal d’auto, la paura dei botti di capodanno, l’aggressività eccessiva o l’estrema timidezza, sono tutte curabili tramite gocce a base vegetale.

Come avrete capito, sono stata molto felice di aver trascorso due giornate presso il SANA a Bologna. Sicuramente è una fiera da vedere, non solo per chi lavora nel settore, ma anche per chi è interessato ai temi del green, del naturale, del biologico. Appuntamento al prossimo anno, allora. Se non le avete ancora viste, vi rimando alle numerose fotografie che trovate sui miei canali social.

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

I ghiacciai ci parlano. Intervista a Angaangaq Angakkorsuaq

I ghiacciai ci parlano, ma noi esseri umani sappiamo ascoltarli? Ecco la mia intervista ad Angaangaq Angakkorsuaq, sciamano e cantastorie, anziano eschimese Kallallit che vive nel nord della Groenlandia, profondo conoscitore della natura, ci racconta il rapporto dell’uomo col clima

Ice Wisdom, la saggezza del ghiaccio. I ghiacciai della Groenlandia, del Nord del mondo ci parlano da sempre. Raccontano il nostro rapporto con le piante, con gli animali, e anche col clima. E tutti questi fattori sono cambiati nel tempo. Ma i ghiacci continuano a parlarci. E noi, esseri umani, sappiamo ascoltarli?

Angaangaq Angakkorsuaq è uno sciamano, un guaritore e un cantastorie. È un Anziano degli eschimesi Kalaallit nell’alto nord della Groenlandia – Kalaallit Nunaat. Parla in congressi e convegni su temi inerenti all’ambiente, al cambiamento del clima e ai problemi degli indigeni. Il suo impegno per l’armonia interculturale è largamente riconosciuto.

Sono molto interessata ai popoli nativi delle zone più diverse e difficili del mondo. Loro conoscono la natura, le piante, la vera essenza dei luoghi. Che siano i nativi americani, le popolazione delle grandi foreste oppure delle zone più fredde del mondo, come Angaangaq Angakkorsuaq, credo che queste persone abbiamo una grande saggezza che deriva dal contatto stretto con la natura.

Perciò, quando ho avuto questa possibilità, sono stata felice di poter rivolgere tre domande a questa grande personalità.

Grazie a Greta La Rocca che ha permesso l’intervista. L’attività e l’impegno di Angaangaq nel mondo è sostenuta e organizzata da Icewisdom International LCC, una società internazionale nata per portare nel mondo il messaggio e gli insegnamenti dello sciamano. La sede principale è in Florida, negli Stati Uniti, mentre in Europa è attiva la società gemella Icewisdom Germany, con sede a Monaco di Baviera

Angaangaq Angakkorsuaq

Angaangaq Angakkorsuaq (foto © dal sito IceWisdom.com)

Ecco dunque la mia intervista: INTERVISTA di Sabrina Lorenzoni.

1) Come sono cambiati la natura e il paesaggio nell’Artico?
Tutto è cambiato: il sole si alza prima perché il Grande Ghiaccio è più basso. A causa del cambiamento climatico gli alberi hanno cominciato a stare in piedi. Lo scioglimento del permafrost nel suolo ha dato vita a nuovi insetti che non abbiamo mai visto prima. Sono arrivati nuovi animali e, siccome il mare è più caldo, anche nuovi pesci. Nello stesso tempo, il mare non ghiaccia più, il che influisce su tutto il ciclo di vita. Sono nati anche fiori nuovi, piante nuove. Non conosciamo i loro nomi, non sappiamo se possiamo usarli come medicine, se possiamo mangiarli… però ce ne sono tantissimi, molti più di prima.

E con l’aiuto della tecnologia moderna possiamo avere l’agricoltura nel sud della Groenlandia. Inoltre, il terreno si sta alzando, perché non c’è più il grande peso del ghiaccio. Perciò si può dire letteralmente che, mentre il ghiaccio si sta sciogliendo, il terreno si sta alzando.

Gli eschimesi in Groenlandia riescono ad adattarsi a questo nuovo mondo, a differenza di quello che accade in altre parti del mondo dove adattarsi ai cambiamenti è più difficile.

2) Quali evidenze ci sono di un cambiamento climatico? Quale ruolo ha l’uomo all’interno di questo cambiamento?
I venti sono diventati più forti, anche le piogge sono aumentate, c’è più siccità, più calore, ma anche più freddo… le onde del mare sono diventate più alte, le correnti stanno cambiando, l’acqua si sta espandendo. E l’uomo, che ruolo ha? Non sapeva che cosa stavano accadendo… se avessimo capito prima, forse saremmo stati molto più prudenti nell’utilizzo delle nostre risorse. Da secoli sappiamo che gli alberi creano ossigeno per noi, ma cosa facciamo? Li tagliamo!

Groenlandia

Groenlandia (foto © dal sito IceWisdom.com)

3) Come dovrebbe essere il rapporto uomo-natura?
L’uomo dovrebbe conoscere la natura così come la conosceva un tempo. … ma è diventato sempre più difficile, perché la maggior parte di noi vive nelle grandi città, in Paesi tutti sviluppati. La natura selvatica non esiste quasi più. Nell’Europa occidentale non ci sono zone incontaminate; il nostro rapporto con Madre Natura non è come dovrebbe essere… pensiamo ai nostri parchi, estinguiamo molte specie di animali. E ciò accade anche per il mondo delle piante: per esempio vi sono molte specie di mele diverse, ma nei negozi troviamo solo quelle economicamente più vantaggiose.

Come possiamo ritrovare l’armonia? Usciamo all’aperto e rendiamoci conto di ciò che abbiamo perso. Molte persone però non riescono neanche più a immaginarsi la bellezza della natura, perché non l’hanno mai vista. Quando penso agli Stati Uniti… è un Paese incredibile, ma molti americani non hanno mai visto la vera natura perché hanno sempre e soltanto vissuto nelle grandi città. Una volta ho tenuto un discorso in una scuola a Philadelphia e ho chiesto da dove vengono le galline. Un ragazzino di dieci anni mi rispose: “Dal Kentucky Fried Chicken”. Dobbiamo recuperare il rapporto con Madre Natura.

Parole vere, parole sagge. Quella saggezza semplice e diretta che solo chi conosce profondamente la natura e il mondo può avere. Sono molto contenta di avere avuto questa opportunità e condivido le parole di Angaangaq Angakkorsuaq.

E voi, cosa ne pensate? Il ghiaccio ci parla da sempre. E noi, sappiamo ascoltarlo?

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

Piero Angela, 90 anni con la scienza

In questi giorni estivi ho letto il libro di Piero Angela “Il mio lungo viaggio. 90 anni di storie vissute” nel quale “il mitico Piero” racconta la sua vita avventurosa in giro per il mondo e sui set televisivi. Vi parlo della parte che riguarda la scienza e i documentari, quella che mi ha appassionato di più

“Una vita spericolata” quella di Piero Angela, ricca di progetti pensati e poi realizzati e di tante avventure. Altro che Steve McQueen, caro Vasco ;-) Anche nel libro “Il mio lungo viaggio. 90 anni di storie vissute” le avventure non mancano!

Nato a Torino, Angela ha vissuto gli anni della Guerra, dei bombardamenti. Ha lasciato la città per le zone di campagna, più sicure e riparate. Poi si è trasferito a Roma a lavorare per la Rai e ha fatto anche due importanti esperienze all’estero: a Parigi e a Bruxelles.  Con la moglie Margherita e i figli Christine e Alberto, ha viaggiato molto negli Stati Uniti, in Africa, in Australia, ovunque.

La parte che più mi ha interessato del libro è quella che racconta il come e il perché del suo dedicarsi alla scienza e alla divulgazione scientifica. Come mai Piero Angela ha deciso di lasciare il telegiornale per fare divulgazione? Come sono nati i suoi documentari? Ecco qualche chicca per voi.

Piero Angela_2

Una frase dal libro di Piero Angela “Il mio lungo viaggio. 90 anni di storie vissute”

Dal telegiornale alla divulgazione scientifica. Angela ha lavorato per anni al telegiornale della Rai. Alla fine degli Anni Sessanta, visitando negli Stati Uniti i laboratori della NASA impegnati in importanti studi per le missioni spaziali, si trova all’Ames Center di San Francisco. Questo centro cattura la sua attenzione per le ricerche avanzate nell’ambito della biologia, della fisica, della geologia e delle comunicazioni:

“… ed era sorprendente che nessuno, nei servizi giornalistici, si dedicasse a tempo pieno a raccontare tutto questo…”

Una visita tanto coinvolgente da fargli cambiare un intero percorso professionale. Infatti, nel settembre del 1969 lascia il telegiornale perché

“… avevo capito che mi interessava occuparmi non di dieci notizie al giorno, ma di una all’anno!”

I documentari. I primi documentari di Piero Angela furono quattro programmi di scienza, dedicati all’esplorazione dello spazio. Da subito non ebbe perplessità nello scegliere la sigla. Sarebbe stata l’ Aria sulla quarta corda di J.S.Bach nell’interpretazione degli Swingle Singers, un gruppo che aveva sentito a Bruxelles, sigla che rimane tuttora nei suoi programmi

Negli Anni Settanta, Piero Angela e la sua troupe produssero 50 documentari televisivi in 10 anni: era la serie “Destinazione Uomo”, 10 puntate per parlare di biologia e del cervello:

“In Italia, gli scienziati erano meno abituati a usare un linguaggio adatto al grande pubblico”

Documentari sulla natura. I primi documentari a tema natura furono una serie composta da dieci puntate. Erano tutti di origine anglosassone. Perché? La BBC era in grado di investire molto denaro nei suoi prodotti, creando documentari bellissimi e di grande valore scientifico che, venduti a prezzi elevati, garantivano alti ascolti.

Si pensi che 6 documentari della BBC possono costare dai 5 ai 10 milioni di euro.

La nascita di Quark. Quark nasce di mercoledì, il 18 marzo 1981 come prima puntata di una rubrica settimanale nata con l’intento di portare più scienza in TV. Ogni puntata durava 55 minuti e comprendeva 4-5 servizi, sia italiani che esteri. La prima serie era composta da 18 puntate, seguita da altre 10 di carattere naturalistico. Per dare un’idea, la prima puntata di Quark fece 9 milioni di ascolto. Portobello, trasmissione molto seguita in quegli anni, superava i 20 milioni a serata.

Perché il titolo Quark? Fu scelto tra tanti per il suo significato di “andare dentro le cose: i quark, infatti, sono minuscole particelle nel nucleo degli atomi.

Nel 1982 inizia “Il mondo di Quark” e va in onda ogni giorno alle ore 14, seguito da moltissimi studenti. Il 4 giugno 1999 ha festeggiato la puntata numero duemila!

“Trovare un linguaggio adatto era importante, e fu forse questa l’innovazione principale che ci permise di parlare di qualunque argomento usando persino i cartoni animati. Sin dalla prima puntata, infatti, cominciò a collaborare al programma il celebre Bruno Bozzetto”

I numeri di Quark. Quark era basato anche sui cartoni animati disegnati da Bozzetto. Ce ne furono ben 45, di circa 10 minuti ciascuno, per un totale di sette ore. Ogni fotogramma veniva colorato a mano e in 1 secondo si contavano 25 fotogrammi!

“Il viaggio nel corpo umano” è un altro programma di grande successo firmato Piero Angela. Diventando piccolo come un microbo, Angela ci faceva scoprire tutte le parti del nostro corpo. L’idea venne, racconta Piero Angela, osservando le immagini del nostro organismo riprese col microscopio elettronico a scansione (immagini in bianco e nero che furono poi colorate una ad una con ore e ore di lavoro).

Il successo di SuperQuark continua ancora oggi. La Rai chiese di passare da un programma di un’ora ad uno che durasse il doppio. Fu inserito, all’inizio, un documentario naturalistico della durata media di 60 minuti. I servizi erano più brevi e numerosi, con rubriche, ospiti, esperimenti.

Piero Angela_1

Una frase dal libro di Piero Angela “Il mio lungo viaggio. 90 anni di storie vissute”

Anche i problemi ecologici sono stati affrontati da Piero Angela a partire dagli Anni Settanta. Gli squilibri dovuti alla crescita fuori controllo, l’inquinamento, la deforestazione, l’esplosione demografica, lo sfruttamento delle risorse sono problemi nati in questo decennio (ai quali Angela ha dedicato il libro “La vasca di Archimede” per chi volesse approfondire l’argomento).

In TV andarono in onda cinque puntate dal titolo “Dove va il mondo?” e due serie dal titolo “Nel buio degli anni luce”. Angela organizzò anche una Conferenza a Salisburgo alla quale parteciparono undici capi di Stato.

“Questo è il punto dolente. Si tratta di problematiche che richiedono misure di medio-lungo termine, mentre la politica si muove sul breve o brevissimo termine. Non conviene investire sul futuro, non porta voti…”

“I problemi ambientali sono un tipico esempio di questa difficoltà ad agire in tempo per prevenire. Gli esseri umani reagiscono solitamente solo quando si trovano di fronte a un’emergenza, ma fanno fatica ad attivarsi quando l’eventuale emergenza futura devono ancora “immaginarsela””

L’ecologia oggi. Oggi c’è più sensibilità verso l’ambiente, ma viviamo in un mondo poco naturale, un mondo che possiamo definire “ecosistema artificiale”

“Viviamo in un “ecosistema artificiale”, un diverso ambiente che ha bisogno di comportamenti culturali adeguati per essere mantenuto in equilibrio. A guardare bene, infatti, intorno a noi, la natura è in gran parte scomparsa”

“Viviamo insomma in un ambiente che è molto più tecnologico che naturale”

Un libro interessante, ricco di avvenimenti e di vicende storiche, non solo di questa parte legata alla natura e alla divulgazione scientifica che ho voluto raccontarvi. Alcune delle frasi di Piero Angela in questo libro sono davvero da incorniciare! :-)