curiosa di natura

Si parla di plastica al Milano Green Forum

Per la prima volta a Milano si è svolto il Milano Green Forum, incontro dedicato al tema dell’ambiente. Ho partecipato alla prima giornata di discussione sul tema del momento: la plastica

Dal 12 al 14 settembre presso il MiCo, Centro Milano Congressi, si è svolta la prima edizione del Milano Green Forum, “laboratorio culturale dedicato a tematiche di attualità che spaziano dall’economia circolare, al design, alle risorse energetiche, passando per la comunicazione e le nuove possibilità di green job”.

Un nuovo incontro interessante che pone al centro l’ambiente perché l’interesse per i temi ambientali riguarda ogni aspetto della vita quotidiana. Milano, città polo d’innovazione, ricca di idee nel settore della sostenibilità e dell’attenzione per il mondo green, ha ospitato il Green Forum che tornerà tra un anno sempre più ricco di relatori e partecipanti.

Milano Green Forum 2019

Milano Green Forum 2019

Plastic Strategy era il titolo degli incontri dedicati al tema green più attuale e più inquietante: la plastica. Qualche estate fa, leggendo il libro Come è profondo il mare mi sono resa conto che questo problema sarebbe stato centrale in questi anni e purtroppo è andata proprio così. 

Alla plastica nei mari ho dedicato diversi post, tratti dalla lettura del libro, ancora attuali e interessanti: 

Un mare di plastica 

Scarpe colorate e paperelle gialle 

Come sta il nostro Mar Mediterraneo?

La natura ha orrore del vuoto

Il caso del mercurio

Tritolo e simili

Il mare e la nostra dieta

 I due volti della plastica. Ascoltando gli esperti al Milano Green Forum, i professori, chi lavora in settori che hanno a che fare con il riciclo della plastica e la produzione di prodotti riciclati ho pensato che la plastica ha davvero due volti.

Da un lato sappiamo che la plastica è un derivato del petrolio e il petrolio è una risorsa non rinnovabile, destinata ad esaurirsi nel tempo. Il petrolio è anche un prodotto non-neutro dato che causa numerosi problemi e conflitti in corso in diverse aree del mondo.

Tra l’altro ci sono ancora molti dubbi sull’uso della plastica perché gli studi scientifici e medici sono ancora tutti in divenire e non sanno ancora dirci con precisione quali danni possono provocare le plastica e le microplastiche sulla salute dell’uomo.

D’altra parte il riciclo dei rifiuti in plastica e la produzione di nuovi prodotti da questo materiale riciclato è un settore che dà molto lavoro in Italia e i nostri impianti sono ai primi posti in Europa per qualità.

La plastica monouso è un tema che ha coinvolto molti partecipanti. L’uso di queste plastiche è vietato – o sta per esserlo – per legge. Cannucce, bicchieri, piatti, stoviglie di bar, ristoranti, mense verranno sostituiti con nuovi prodotti nati da bioplastiche, plastiche che hanno origine da scarti vegetali, che sono quindi più naturali e si possono compostare facilmente nella frazione umida. 

Il Comune di Milano sta lavorando molto con gli esercenti per indirizzarli verso questo tipo di prodotti. Nelle scuole elementari milanesi sono state già distribuite borracce ecologiche per incoraggiare all’uso dell’acqua del rubinetto ed evitare di acquistare bottiglie in plastica.

Due diverse tecniche di riciclo. Al Milano Green Forum si è parlato molto di impianti di riciclo della plastica. Attualmente il riciclo avviene soprattutto in modo meccanico, cioè gli impianti separano meccanicamente le plastiche che possono essere riutilizzate dagli altri prodotti. Queste plastiche sono trasformate in granuli che poi verranno lavorati. Il riciclo chimico prevede invece di rompere i legami chimici della plastica per ottenere dei polimeri da riformare e sembra che nel futuro sarà preferibile questo tipo di lavorazione.

Milano Green Forum 2019

Milano Green Forum 2019

Il futuro della plastica. La plastica scomparirà dal nostro pianeta? No, non è possibile perché il suo impiego è necessario in molti campi. Però è possibile utilizzarla solo quando serve effettivamente e non ci sono altre valide alternative e riciclarla correttamente, in modo che possa dare origine ad altri nuovi oggetti. 

Alcuni numeri che sono stati dati durante il Green Forum:

arrivare nel 2040 ad avere il 70% del riciclo degli imballaggi

arrivare nel 2040 a riciclare il 50% di tutti i rifiuti

Con la plastica riciclata si possono creare molti nuovi prodotti, anche per l’utilizzo alimentare. Occorre progettare bene i nuovi oggetti in modo che siano fatti da un unico componente – ad esempio solo plastica, o solo vetro: così sarà più semplice riciclarli e la raccolta differenziata sarà più produttiva. 

Appuntamento al Milano Green Forum del 2020. Intanto facciamo molta attenzione ad utilizzare poca plastica e a smaltirla correttamente. 

La Nazione delle Piante

Ho visitato la bellissima mostra La Nazione delle Piante curata del professor Stefano Mancuso e ho scoperto un mondo forse poco conosciuto, ma molto affascinate: il Regno Vegetale.

Arrivando all’ingresso della mostra La nazione delle Piante mi sono trovata davanti una grande foto con una domanda: “Cosa vedi?” E ho dato la mia risposta.

L’idea mi è piaciuta, tanto che vorrei riproporti qui la stessa sfida: guarda la foto, dài la tua risposta e poi prosegui nella lettura del post

Ingresso alla mostra La Nazione delle Piante

Ingresso alla mostra La Nazione delle Piante

Io sono tra quell’esiguo 10% che ha risposto “un sacco di piante e una tigre”, ma la maggior parte delle persone sembra accorgersi solo dell’animale e non delle piante, sebbene siano molto, ma molto più numerose.

Perché? Probabilmente, questa nostra “incapacità di vedere o notare le piante nell’ambiente che ci circonda” – come dice Stefano Mancuso – deriva dal fatto che diamo poca importanza al loro ruolo nella biosfera.

Spesso nella vita ci accorgiamo solo di quello che conosciamo e comprendiamo e di quello che potrebbe essere per noi un pericolo. Le piante le conosciamo poco, non si muovono, non sono pericolose: posso ignorarle, questo è ciò che il cervello dei nostri antenati ha registrato e ci ha tramandato e ce lo ritroviamo nel nostro DNA

Per moltissimi anni, il Regno Vegetale è stato riconosciuto inferiore a quello animale, come racconta il professor Mancuso in questa mostra. In realtà il Regno Vegetale è una super-potenza e detiene molti record. Io me ne sono segnati alcuni, mentre visitavo la mostra e ve li racconto.

Quanto pesiamo poco sulla Terra. Noi, esseri animali, siamo una minoranza su questo pianeta: gli animali sono lo 0,3%, mentre le piante l’81,8%. Il restante 18% circa è composto da batteri, funghi e virus. Non solo, gli esseri umani corrispondono allo 0,01% di quel 0,3%. Infinitesimali.

Le piante vincono per la quantità di energia prodotta con la fotosintesi, per la superficie occupata, per la popolazione numerosa.

Alcuni record delle piante. Visitando la mostra La Nazione delle Piante mi hanno colpito alcuni record che noi pensiamo del Regno Animale, invece i vegetali ci sorpassano ampiamente.

L’essere vivente 

  • più alto non è una giraffa ma una sequoia che arriva a 116 metri
  • il più longevo è un ulivo di oltre 2.000 anni
  • il più esteso è un ficus che occupa un’area vicina ai 20.000 metri quadrati
  • il più lungo è una pianta di segale con apparato radicale di oltre 11.000 chilometri
  • il più pesante non è una balenottera azzurra (che arriva a pesare 200 tonnellate) ma la famosa sequoia americana, il Generale Sherman, che pesa circa 1900 tonnellate!

Come sarebbe la Terra senza piante? Sarebbe molto diversa, anzi forse non potrebbe esistere così come la vediamo. Le piante sono le componenti alla base delle catene alimentari. Sono loro che ci forniscono ossigeno attraverso la fotosintesi e assorbono l’anidride carbonica che altrimenti renderebbe l’aria irrespirabile.

Le piante rendono fertile il suolo, decomponendo le sostanze organiche. Le piante rendono il clima vivibile grazie alle foreste che sono il polmone della Terra e regolano la temperatura, fornendoci un clima più mite. Anche l’acqua viene regolata dalle piante: senza la loro presenza, l’effetto serra sarebbe troppo alto e la vita sarebbe impossibile.

Le piante collaborano con gli animali

Le piante collaborano con gli animali

Sono diverse da noi, ma collaborano con noi. La mostra La Nazione delle Piante racconta come le piante sono diverse da noi esseri animali, come hanno sviluppato diverse strategie evolutive ma sono abili nel collaborare col Regno Animale.

Ad esempio le piante si difendono in modo diverso, avvalendosi anche della collaborazione degli animali. 

Sono in grado di percepire i suoni, anche perché la Terra è un buon conduttore. 

Non si muovono ma, come dice il professor Mancuso: “tengono lontano i predatori, sentono, respirano, vedono, calcolano distanze col loro corpo”

Grazie alla loro struttura modulare, se viene danneggiato fino al 90% del loro corpo, possono vivere lo stesso senza subire gravi danni.

Più di cinque sensi! Noi (poveri) umani abbiamo ufficialmente cinque sensi, anche se oggi gli studi scientifici sembra ne stanno riconoscendo di più. Alle piante ne vengono riconosciuti 13: misurano l’umidità del terreno, sentono la forza di gravità e i campi elettromagnetici, dosano la concentrazione delle sostanze chimiche. 

Una mostra interessante che ha raccontato il Regno Vegetale molto bene, cercando di avvicinarci sempre più a questi essere viventi che condividono la loro vita con noi e ci permettono di vivere meglio

“Le piante esistono sulla Terra da molto più tempo dell’uomo, si sono meglio adattate e, probabilmente, sopravviveranno alla nostra specie: nella loro evoluzione hanno trovato soluzioni efficienti e non predatorie nei confronti dell’ecosistema in cui vivono. per evitare un futuro catastrofico per l’umanità dobbiamo guardare alle piante in modo nuovo, usarle non solo per quello che hanno da offrire, ma per quello che possono insegnarci”

(Stefano Mancuso)

Green Drop Award: il cinema rovinato dal cambiamento climatico

Alcuni film classici del cinema italiano sono stati reinterpretati da dodici grandi maestri del fumetto per la 76a Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia per porre l’attenzione sul climate change.

Il cambiamento climatico è sotto gli occhi di tutti. Anche dei famosi fumettisti che hanno voluto portare all’attenzione del pubblico amante del cinema e dei fumetti un grave problema dei nostri giorni: il cambiamento climatico. 

Grandi classici del cinema italiano sono stati reinterpretati considerando che il clima sta cambiando.

Queste opere saranno presentate da Green Cross Italia nel corso della 76a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia dal 27 agosto al 7 settembre 2019 in occasione del Green Drop Award 

Il Green Drop Award è il premio dedicato all’ambiente che da otto anni viene consegnato al film fra quelli in concorso nella selezione ufficiale che meglio abbia interpretato i temi dell’ecologia”

La mostra fumettistica è stata curata dal Centro Internazionale del Fumetto di Cagliari diretto da Bepi Vigna che ha dichiarato:

“L’ironia delle tavole non impedisce che da ciascuna trapeli un significato molto serio che richiama i problemi che derivano dai mutamenti climatici”

Le opere saranno presentate il 4 settembre 2019 alle ore 18 al Lido di Venezia alla Villa degli Autori durante un incontro con il regista Terry Gilliam e lo scienziato Valerio  Rossi Albertini 

Scopo delle opere è quello di sollecitare l’attenzione del pubblico sui temi ambientali e del cambiamento climatico utilizzando i linguaggi del cinema e dei fumetti.

Tra le anteprime che ho visto online vi propongo:

Vacanze romane di Stefano Casini,

King Kong di Gabriele Salimbeni,

Lawrence d’Arabia di Max Bartolini 

 

Le Vacanze romane di Audrey Hepburn e Gregory Peck nel futuro potrebbero essere rovinate da un clima decisamente polare, come nel fumetto di Stefano Casini.

La New York del film King Kong potrebbe essere molto diversa, vista alla luce del cambiamento climatico, come quella illustrata da Gabriele Salimbeni.

E l’Arabia del celebre film Lawrence d’Arabia potrebbe addirittura essere nella nostra Toscana, come ci racconta Max Bertolini introducendo la Torre di Pisa nel suo fumetto.

Ecco dunque come potrebbero essere alcuni famosi film italiani rovinati dal cambiamento climatico, visti da dodici illustri fumettisi.

Il Green Drop Award è il riconoscimento che Green Cross Italia assegna al film, tra quelli in gara nella selezione ufficiale della Mostra Internazionale d’Arte cinematografica, che interpreta meglio i valori dell’ecologia, dello sviluppo sostenibile e della cooperazione fra i popoli. 

Il premio di quest’anno. Il Green Drop Award 2019 è una goccia di vetro di Murano soffiata dal maestro Simone Cenedese. La terra che contiene al suo interno quest’anno arriva dalla culla dell’umanità, dalla gola dell’Olduvai, l’area della Tanzania nella quale i primi ominidi hanno imparato a vivere e cooperare insieme e sono poi migrati per raggiungere ogni parte del Pianeta.

Milioni di anni fa, questa vasta regione caratterizzata dal clima arido ospitava invece, un lago, un bosco ricco di varietà vegetali e un’ampia area per il pascolo.

Il Trofeo 2019 del Green Drop Award

Il Trofeo 2019 del Green Drop Award

La Gola di Olduvai è anche uno dei luoghi più importanti per la storia del cinema. Qui il regista Stanley Kubrick e lo scrittore Arthur C. Clarke vollero ambientare il primo capitolo di “2001: Odissea nello spazio”, quello dove i primi ominidi, rappresentati quasi come scimmie, trovano il misterioso monolito nero, simbolo di un salto evolutivo”

spiega Marco Gisotti, direttore Green Drop Award:

“In qualche modo Kubrick metteva in scena una realtà storica. Nella gola dell’Olduvai, quasi due milioni di anni fa, infatti, è cominciato il cammino dell’umanità. Qui i primi ominidi hanno imparato a costruire utensili di pietra e da qui sono migrati i primi ominidi per diffondere la nostra specie su tutto il pianeta”

La cerimonia di premiazione è fissata per il 6 settembre, alle 13,30, negli spazi della Fondazione Ente dello Spettacolo, Sala Tropicana 1 dell’Hotel Excelsior, Lido di Venezia.

L’edizione 2019 è realizzata con il Patrocinio del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e in collaborazione con il Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna, la Sardegna Film Commission e La settimana del pianeta Terra.

Non ci resta che attendere la data fissata per sapere chi sarà il vincitore

*post* realizzato grazie ai comunicati stampa di GreenFactor che segue a Venezia il Green Drop Award 

We Are Here, uno sguardo sui boschi

We Are Here è un progetto artistico dedicato ai boschi, ai paesaggi e agli immaginari colpiti dalla tempesta dello scorso ottobre. Una ricerca personale dell’artista Roberta Segata, un progetto di testimonianza e un’opportunità di dialogo e riflessione

Durante la mia settimana in montagna, passeggiando per la cittadina di Cavalese, ho visitato il Museo di Arte Contemporanea che ospita la mostra We Are Here dell’artista Roberta Segata.

We Are Here, Roberta Segata

We Are Here, Roberta Segata

Ricordando la Tempesta Vaia. Sì, le tempeste hanno un nome. Ho scoperto che in Europa, pagando, si può dare il proprio nome ad un evento meteorologico. La signora Vaia Jakobs è la manager di un grande gruppo multinazionale che si è vista fare questo regalo dal fratello.

Questa tempesta, la tempesta Vaia, ha colpito le zone del Trentino Alto Adige tra i giorni 26 e 30 ottobre 2018. Una forte perturbazione di origine atlantica ha portato ingenti piogge sulla zona seguite da un fortissimo vento caldo di scirocco che ha schiantato gli alberi al suolo.

Andando verso il Passo Lavazé per un’escursione mi sono resa conto di persona di questa devastazione, di quanto colpisca vederla coi propri occhi, lì vicino, rispetto alle immagini che ci hanno trasmesso internet e le televisioni.

Perciò ho pensato di visitare questa piccola mostra per capire meglio cosa è successo e come hanno vissuto questa tragedia gli abitanti della zona.

“La mostra è pensata come un percorso all’interno del bosco, in ascolto degli elementi che compongono il paesaggio della devastazione che ha colpito la Val di Fiemme e la Magnifica Comunità”

Passeggiando nei boschi, l’artista ci ripropone la montagna e i suoi alberi visti come un corpo segnato. Passeggiando in silenzio, fa la conta dei danni, un conto salato, che ci fa riflettere sugli equilibri economico-ambientali e sul cambiamento climatico.

La mostra è un percorso aperto fatto di varie tappe che si possono vivere nell’ordine preferito, cercando un sentimento di empatia con gli alberi, ascoltando le testimonianze della comunità umana, pensando al confronto col tempo, al concetto di trasformazione.

Durante il percorso mi ha colpito molto il racconto dell’incontro con gli animali selvatici. Molti di loro hanno avvertito che stava per accadere qualcosa di pericoloso e si sono messi in salvo. Molti abitanti della montagna hanno saputo leggere questo loro comportamento e agire di conseguenza, anche se la tragedia ha colpito maggiormente durante la notte.

Interessanti anche i video che raccontano le testimonianze delle persone che abitano la montagna: lo Scario della Magnifica Comunità di Fiemme, la studentessa, il custode forestale, il boscaiolo, lo zoologo-naturalista, la contadina.

Tutti hanno saputo cogliere il messaggio che questa tempesta ci ha lasciato:

“Il bosco ci ha mandato un messaggio. Vedere il paesaggio vuoto, fatto di alberi mancanti, ci fa accorgere della loro presenza tramite l’assenza. Spesso è l’assenza di un elemento della natura quello che percepiamo, più della presenza. Dobbiamo fare qualcosa. Dare degli esempi. Cambiare stili di vita”

La mostra è aperta fino al 24 novembre 2019. Per informazioni: sito del Museo di Arte Contemporanea di Cavalesesito della mostra We Are Here

The Great Animal Orchestra e 7 progetti di design per la natura

Il racconto della mia visita a Broken Nature continua con 7 progetti di design e natura e la bellissima sala The Great Animal Orchestra

Nel post precedente ho raccontato perché visitare Broken Nature e come il design può incontrare la natura. Nel mio percorso mi hanno colpito questi sette progetti, ma ce ne sono davvero tanti e tutti interessanti.

Nuove parole, nuovi materiali. “Plastiglomerati” è una parola nuova che indica un conglomerato di plastica e sabbia. Ne sono stati trovati molti sulle rive delle Isole Hawaii. Rappresentano i fossili del futuro, i fossili dell’Antropocene, era geologica nella quale gli uomini hanno lasciato segni indelebili sugli ecosistemi

I plastiglomerati

“Resuscitare un profumo” Grazie all’ingegneria genetica avanzata, gli scienziati hanno sequenziato  il DNA di tre enzimi responsabili del profumo di tre specie di piante estinte, utilizzando materiale proveniente dall’Herbarium di Harvard. Bello questo progetto di ridare profumo a fiori estinti – anche se non sapremo mai se era davvero così il loro caratteristico odore – di ricreare la correlazione tra una specie e il luogo in cui ha vissuto

“Resuscitare un profumo”

Bachi da seta ingegneri. Dopo aver studiato il comportamento dei bachi da seta, un gruppo di studiosi ne ha messi 6500 su dei pannelli poligonali. I bachi hanno seguito il pre-tracciato e hanno tessuto l’intera struttura dando origine ad una cupola perfetta

Bachi da seta ingegneri

Nervous system è un progetto per creare al computer fenomeni naturali. Floraform, in particolare, studia il processo di crescita e di fioritura dei fiori.

Floraform

Never Alone racconta la storia di Nuna, una bambina che scappa da una tempesta di neve portando con sé la sua volpe artica. Nuna vuole capire cosa sta succedendo alla sua terra e ci riuscirà grazie all’aiuto del suo popolo e della saggezza popolare. 

Nuna e la sua volpe artica

Il “pesce” Sofi. Sofi è un robot a forma di pesce per esplorare le profondità oceaniche senza disturbare gli abitanti dei fondali marini (più dell’80% degli oceani è ad oggi inesplorato) Semplice e leggero, permette di studiare i fondali e le specie che li abitano in modo non invasivo.

Il “pesce” Sofi

Le canzoni dei cetacei. I cetacei cantano per comunicare. Monitorando le balene in via d’estinzione gli studiosi hanno raccolto i dati delle registrazioni subacquee. Questi dati sono stati trasformati in rappresentazioni visive del canto delle balene.

The Great Animal Orchestra è un grande progetto realizzato dal musicista, esperto di bioacustica, Bernie Krause insieme al collettivo londinese United Visual Artist. Una meditazione estetica, visiva e sonora sul regno degli animali, un regno che oggi è molto minacciato. 

Krause ha raccolto per 50 anni più di 5000 ore di registrazioni in habitat naturali. Dall’unione del lavoro di questi due artisti sono nati dei sonogrammi, delle rappresentazioni grafiche dei suoni. 

Fermatevi nella sala ad ascoltare uno o più d’uno. Sono sette come le sette aree del mondo prescelte per la loro diversità biologica.

C’è la foresta di conifere americana con il coyote, il picchio, la ghiandaia e molti altri uccelli. Le praterie e la savana del Sud Africa ospitano le scimmie sciacma, la civetta, l’usignolo, la tortora. Nella tundra artica dell’Alaska incontriamo i lupi rossicci e le volpi artiche, l’oca, il ciuffolotto, l’organetto. Nella foresta pluviale del centro dell’Africa, gorilla e cercopitechi insieme all’elefante africano, all’ibis e al pappagallo cinerino. Nella foresta boreale del Canada è possibile sentire il lupo orientale, lo scoiattolo rosso americano e molti uccelli, cince, corvi, ghiandaie. Nell’Amazzonia, in Brasile, troviamo le scimmie urlatrici e molti insetti, ma anche pappagalli, tortore, gufi, tucani. E per finire l’oceano con le megattere, le orche e i capodogli. 

Nella parte introduttiva, Krause propone anche alcune corte registrazioni – come questa qui sotto – che ci fanno vedere e sentire come il nostro ambiente naturale sia in pericolo. Prima dell’intervento dell’uomo – per un disboscamento, per costruire una strada o una diga – i suoni che si possono sentire, quelli degli animali presenti, sono molti. Dopo, è quasi solo silenzio.

Le parole di questo artista, nell’introduzione alla sua opera, mi hanno colpito e ci fanno riflettere:

“Gli animali non parlano mai uno sull’altro. Ogni specie ha una sua frequenza e comunica ad una certa lunghezza d’onda, diversa da quella di tutte le altre specie. Per questo ci è stato possibile ricostruire questi video della Grande Orchestra degli Animali”

Spero che questi post vi abbiano incuriosito. Ma Broken Nature non finisce qui. Nei prossimi post vi racconto della bellissima parte sul mondo vegetale: La Nazione delle Piante. Vi aspetto numerosi a fine mese :-)

*nota* Le foto e i brevi video sono stati girati da me all’interno della mostra Broken Nature, dopo aver chiesto conferma allo staff. Se ci fossero problemi per la pubblicazione, invito i responsabili a contattarmi

Broken Nature: il design incontra la natura

Cosa può dirci una mostra di design sulla natura, sull’ambiente? Broken Nature mi ha meravigliato e fatto riflettere. Ecco perché vi consiglio di vistarla.

Broken Nature è la grande mostra dedicata ai legami tra design e natura aperta fino al 1 settembre 2019 presso La Triennale di Milano. È davvero molto grande, occupa due piani dell’edificio ed è divisa in varie sezioni: Broken Nature, The Great Animal Orchestra, La Nazione delle Piante, le Partecipazioni Internazionali, il Milano Urrban Center e il Museo del Design Italiano.

Le prime quattro sezioni hanno catturato la mia attenzione e a loro dedicherò alcuni post del blog nel prossimo mese.

Una mostra dedicata ai legami tra uomini, design e natura. Mi sono chiesta – e forse ve lo state domandando anche voi – come può il design avere influenza sulla natura e sull’ambiente.

“Estetica e design hanno il potere di comunicare e possono aiutarci a comprendere la realtà e ad agire in modo costruttivo”

Broken Nature presso La Triennale di Milano

Il Clima. Un tema trattato nella mostra è quello dell’instabilità climatica e ambientale. Questi due fenomeni sono ormai innegabili e si manifestano con uragani, terremoti, inondazioni e incendi, eventi estremi che sono sempre più frequenti.

Costruire legami. Il design è uno strumento costruttivo. Attraverso gli oggetti che utilizziamo ogni giorno, possiamo agire e cambiare in meglio i nostri comportmanenti. Possiamo ricostruire legami con l’ambiente naturale. Ad esempio, riparare ecosistemi danneggiati (barriere coralline), prevenire l’erosione delle coste, nutrire un pianeta sempre più sovrappopolato.

Ispirare gli altri. Anche i designer ci ricordano che ogni singolo essere umano può ispirare gli altri. Le nostre abitudini quotidiane possono essere tali da salvaguardare le specie e l’ambiente.

Molti sono i progetti utili all’ambiente e alle comunità presenti in Broken Nature: nel prossimo post ve ne racconto alcuni che mi hanno particolarmente colpito.

I rifiuti. La crisi globale dei rifiuti, il problema dell’obsolescenza programmata di molti apparecchi elettronici sono noti a molti di noi. Sappiamo che i rifiuti possono essere visti come una risorsa alternativa non solo in campo scientifico, ma anche nel mondo del design per un modello di economia sempre più circolare.

L’industria elettronica mondiale produce molti rifiuti ma solo il 30% di questi vieni smaltito correttamente. In mostra si possono vedere molti oggetti realizzati con metalli e componenti elettronici riciclati.

La biosfera. “La biosfera è un ambiente condiviso nel quale non è possibile che una singola forma di vita viva esclusivamente a spese delle altre”. Gli esseri umani e non-umani vivono in un equilibrio detto omeostatico. È tempo di smettere di sfruttare altri esseri viventi e di muoversi verso una giustizia multispecie. In mostra si possono trovare macchine progettate per aiutare – e farci aiutare – dalle api e da altri insetti, per le sementi, per i viaggi dei migranti. Altre ci permettono di sperimentare cose nuove come vivere per un giorno come fossimo una capra oppure identificarci con un masso.

Le crisi migratorie. Negli ultimi anni le crisi migratorie hanno coinvolto tutti noi. La violenza, le ingiustizie, le catastrofi ambientali concorrono ad alimentare le migrazioni umane. L’inquinamento e l’uso incontrollato delle risorse naturali aumenta la povertà e spinge uomini e donne a dirigersi verso altre zone del mondo.

Broken Nature presso La Triennale di Milano

Broken Nature presso La Triennale di Milano

Per concludere, il rapporto esseri umani – natura è fatto di legami. Molti di questi sono stati rotti negli ultimi due secoli. L’uomo ha devastato foreste, ha trivellato suoli, ha estratto materie prime, ha inquinato, ha spinto all’estinzione molte specie animali e vegetali. Molte lingue e molte tradizioni sono scomparse per sempre.

Alcuni legami si possono ancora ricostruire ma serve un nuovo atteggiamento. Questa mostra ci fa riflettere sui nostri comportamenti nella vita di tutti giorni e ci spinge ad attivarci per migliorare la nostra vita e quella di tutto il pianeta.

Dedicherò i prossimi post del blog – trovate anche alcune foto in più sulla pagina Facebook – a Broken Nature, a La Nazione delle Piante e alla bellissima The Great Animal Orchestra e vi invito a seguirli per riconnettere noi stessi al meraviglioso mondo della natura e lasciare un messaggio positivo alle future generazioni.

“Broken Nature celebra il potere rivoluzionario dell’immaginazione e dell’inventiva. Anche a chi crede che la specie umana si estinguerà in un futuro (prossimo o remoto?) il design offre gli strumenti per progettare una fine più elegante. Ci può aiutare a far sì che la prossima specie dominante ci ricordi con rispetto, come esseri dignitosi, responsabili e intelligenti”