Rio+20 com’è andata a finire

Si è concluso da qualche giorno il vertice di Rio de Janeiro, Rio+20. Purtroppo, per l’ennesima volta, c’è da registrare una parziale sconfitta.

Le associazioni ambientaliste sono concordi nel dire che si poteva fare di più e che molti Paesi non hanno partecipato a tale evento, pur essendo anch’essi responsabili in grande misura di ciò che accade sul nostro Pianeta.

Mi piace riportare questo articolo scritto da Pratesi, presidente onorario WWF e apparso sul Corriere della Sera in data 24 giugno. Un po’ perché collaboro ad alcune attività di questa associazione, un po’ perchè condivido il suo paragone con “una pianta messa a dimora”.

Quest’albero è pieno di germogli floridi, persone che collaborano con associazioni ambientaliste o ne condividono molte idee. Ma soprattutto individui che, ogni giorno, in prima persona, col loro esempio, non si stancano di portare avanti la loro convinzione che ognuno può fare la sua piccola parte e la somma dei contributi sarà senz’altro importante e vincente.

 Nessun risultato dal Vertice di Rio la speranza si chiama Green Economy

Fulco Pratesi

La pianta messa a dimora vent’anni fa nella Conferenza Onu su ambiente e sviluppo di Rio de Janeiro, non ha dato i frutti attesi. Anzi, in chiusura del nuovo meeting planetario, le sue chiome si mostrano senza il vigore che le premesse di allora facevano sperare.

La Convenzione sui cambiamenti climatici non ha raggiunto i suoi obiettivi di ridurre le emissioni CO2 ai livelli del 1990; la perdita di biodiversità, altro oggetto di una grande Convenzione, prosegue imperterrita soprattutto nei tropici; la popolazione, che nel 1992 era di 5,2 miliardi, ha superato i 7 e la temperatura della Terra continua a crescere verso i 2° di aumento.

I 283 paragrafi stilati dai rappresentanti dei 190 Paesi riflettono il desiderio, non dichiarato ma presente, di sfuggire a impegni concreti, urgenti e cogenti necessari per evitate conseguenze gravi al Pianeta. Un documento firmato dai maggiori esponenti del mondo ambientalista, dalla brasiliana Marina Silva all’indiana Vandana Shiva, da Yolanda Kakabadse, presidente del Wwf, a Mathis Wackernagel del Global Footprint Network, illustra la delusione di chi aveva creduto alle promesse diffuse prima della Conferenza Rio +20.

Ma, per fortuna, alla base dell’albero piantato nel 1992, oggi privo di vigore, rampollano germogli floridi. Vegetano nelle comunità, nelle città, nei governi, nelle imprese e nelle associazioni che in tutto il mondo – senza obblighi o limitazioni – gettano le fondamenta di azioni in difesa dell’ambiente, contro la povertà e verso un futuro più sostenibile.

E la green economy sempre più diffusa stimola, nell’attuale crisi, comportamenti, anche individuali, tesi a ridurre i consumi, razionalizzare le produzioni, risparmiare energia fossile sostituendola con quella rinnovabile, conservare la biodiversità, base essenziale per un progresso durevole. Sono queste le azioni che possono contribuire a rallentare il processo di degrado e dare speranze per un futuro migliore.

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