curiosa di natura

Animali specchio dell’anima

“Gli animali domestici, cani e gatti, vivono le nostre emozioni, condividono i nostri malesseri, sono legati profondamente a noi”. Un libro che ci fa scoprire messaggi interessanti sui nostri malesseri e su quelli degli animali che vivono con noi

La mia gatta di 15 anni ha avuto una disavventura ed è stata male. Ora sta meglio, ma le cure continuano e ci vorrà del tempo. In quel periodo intenso di medicine e visite dal veterinario ho deciso di leggere il libro Animali specchio dell’anima e ho trovato molte considerazioni interessanti.

Perché gli animali si ammalano? Qual è la radice più profonda della loro malattia? A queste domande cercano di dare una risposta gli autori: Ruediger Dahlke, esperto del legame uomo-animali, e Irmgard Baumgartner, veterinaria specialista in omeopatia.

“L’animale e la persona che lo accudisce diventano un tutt’uno col passare del tempo. L’animale dedica la propria vita a una persona in particolare e diventa parte di essa”

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La copertina del libro “Animali specchio dell’anima”

Spesso diciamo: “Il mio cane (gatto) è la mia ombra”. Tutto vero. Ne parlava già Jung – leggo nel libro perché non sono esperta di psicologia – dicendo che “l’ombra è l’insieme delle funzioni e degli atteggiamenti non sviluppati della personalità”.

I nostri animali domestici, facendoci da ombra, ci aiutano a capire meglio noi stessi e magari ad affrontare alcuni problemi che non abbiamo ancora risolto col nostro carattere, con la nostra parte interiore, con l’inconscio.

Il libro è diviso in due sezioni, una per autore. Nella prima parte del libro, Ruediger Dahlke ci fa riflettere sul rapporto con i nostri amici a quattro zampe. Possiamo toccarli, accarezzarli, entrare in contatto con loro liberamente – con le persone, il contatto troppo stretto genera paura, timore, diffidenza se non si è parenti o conoscenti della persona in questione.

Oltre al contatto, allo stesso modo si crea un parallelismo tra le patologie dell’animale e quelle del proprietario: “gli animali possono mettersi a disposizione dei proprietari ed esprimere qualcosa al posto loro”.

Gli animali possono sollevarci da alcune malattie, manifestando sul loro corpo i nostri personali problemi, facendoci riflettere sulla nostra salute fisica e psichica.

Andando dal veterinario capita spesso che capisca dal problema dell’animale domestico qual è quello del proprietario. Gli animali hanno una grande apertura psichica e riescono a intercettare lo stato d’animo del loro compagno umano. Questo spiega perché molti dei proprietari di animali domestici sono consapevoli dell’esistenza di un’anima nei loro compagni di vita.

Quello dell’anima negli animali è un dibattito molto attuale. Quando si vive a contatto con gli animali si crea un coinvolgimento interiore, una sensibilità maggiore.
Papa Francesco, primo tra tutti i papi, ha riconosciuto l’esistenza di un’anima negli animali. San Francesco d’Assisi era stato l’unico precedente, l’unica figura della Chiesa ad affermare l’esistenza dell’anima anche negli animali.

Gli animali ci offrono l’opportunità di conoscere meglio noi stessi. Sono un sostegno alla nostra esistenza. Sono una una guardia del corpo e spesso percepiscono prima di noi quello che accade o accadrà in un tempo vicino.

Gli animali domestici, dunque, sono degli ottimi protettori per i bambini. Sono amici, compagni, da curare e amare. Ci permettono di giocare, gioire, lasciarci andare.

Nelle popolazioni native di molti paesi del mondo, gli animali totem sono una guida per l’uomo, ci accompagnano nella nostra esistenza, ci suggeriscono la strada migliore da intraprendere. Se vuoi saperne di più sugli animali guida, ti suggerisco di leggere questi miei tre articoli a proposito – uno, due e tre.

Tutti noi sappiamo che gli animali sono in grado di dare degli aiuti concreti all’uomo. Pensiamo ai cani da valanga, da ricerca, da soccorso, a quelli che accompagnano persone non vedenti o diversamente abili, alla pet-teraphy. Tutto questo accade grazie alla loro abilità di entrare in empatia col proprio amico umano.

Nella seconda parte del libro, Irmgard Baumgartner, ci racconta casi clinici veri, incontrati in anni di lavoro nel suo studio di veterinario omeopata – su questi non entrerò nei particolare perché mi hanno davvero sorpreso molto e vi invito a leggerli personalmente nel libro.

Irmgard dice di essersi sempre chiesta, da veterinaria, se non fossero in realtà gli animali a voler far curare i propri padroni. Una domanda sorprendente, alla quale finora non avevo mai minimamente pensato.

“La malattia di un animale domestico è strettamente correlata alla situazione esistenziale del suo proprietario”

Spesso “gli animali domestici sviluppano quadri clinici corrispondenti allo stato d’animo dei loro compagni umani”. Se il padrone soffre di una crisi esistenziale dovuta a una malattia, a gravi problemi di lavoro o di famiglia, anche l’animale si ammala. Traslochi, separazioni, licenziamenti, malattie e morti sono tutti traumi gravi da vivere, da sopportare e da superare.

Secondo lo studioso Sheldrake “esiste la capacità da parte degli animali di cogliere intenzioni e sentimenti degli esseri umani anche a grandi distanze”. Perché, come avrete letto spesso nei miei post, “tutto è correlato con il tutto”.

Emozioni e pensieri sono forme mentali e posseggono un’energia che si trasmette all’ambiente sotto forma di vibrazioni. Anche gli scienziati hanno riconosciuto un comportamento morale in molti animali: nei primati, nei lupi, nelle iene, nei delfini e nelle balene, negli elefanti e persino nei ratti e nei topi. Tutto questo ci avvicina sempre più a loro.

Gli animali ci sorprendono con la loro capacità di stare al nostro fianco, di aiutarci e confortarci nei momenti di bisogno. Ma non si fermano a questo: sono in grado di farsi carico di alcune malattie, al posto nostro. Di indicarci la strada da percorrere perché, prendendoci cura delle loro patologie, non possiamo che riflettere sulle nostre e avere cura di noi stessi.

Se volete approfondire l’argomento, questo è il libro:
Ruediger Dahlke – Irmgard Baumgartner – Animali specchio dell’anima – vivono le nostre emozioni, condividono i nostri malesseri, sono legati profondamente a noi – Gruppo Macro editore – 126 pagine – prezzo di copertina 12,50€

Kedi, la città dei gatti

“Kedi la città dei gatti” è un bellissimo film che racconta del rapporto di questi felini con la città di Istanbul e con i suoi abitanti

Istanbul è la città dei gatti. Non sono mai stata in questa città ma mi affascina da sempre. Istanbul è detta anche “la Roma d’Oriente” per l’importanza raggiunta ai tempi degli imperi romano e bizantino. Una città ricca di storia e di arte, ma anche di tradizioni popolari. E soprattutto, la città dei gatti.

“A Istanbul i gatti sono lo specchio delle persone, e questo incredibile documentario racconta le anime della città attraverso i suoi gatti”

Kedi la città dei gatti

Kedi la città dei gatti

Kedi la città dei gatti è un film documentario che ci racconta di questi animali, del loro rapporto con le persone e con il territorio. In contemporanea gli abitanti della città esprimono i loro pensieri, i dubbi, le preoccupazioni sui nuovi quartieri, sulla natura che scompare, sul destino dei gatti.

Sono umili gli abitanti di Istanbul, persone semplici che narrano le proprie storie. Molti sono pescatori, altri lavorano in piccoli bar ristorante, ci sono una pittrice e un disegnatore e molta gente incontrata al porto o al mercato.

Mi ha colpito il grande amore per i gatti che ognuno di loro manifesta, a modo proprio naturalmente. C’è chi pensa che i gatti siano degli alieni e che occorre trovare una via per comunicare con loro. Chi invece afferma che sono come noi, hanno un proprio carattere e proprie abitudini, solo un linguaggio differente, ma non così difficile da interpretare.

La gente si prende cura di questi gatti rispettando la loro natura. Li fa entrare in casa, li lascia riposare, dà loro da mangiare ma poi li lascia liberi di uscire, di girare per la città, di far visita al vicino di casa.

I gatti sono parte del territorio, del quartiere, tutti devono prendersene cura: “tutti noi abitanti di Istanbul abbiamo un conto aperto col veterinario”. Infatti è molto bello che chiunque incontri un gatto malato subito si affretti a portarlo a curare dal veterinario, secondo la filosofia: “se stanno bene loro, sto bene anche io”

Il potere terapeutico dei gatti. Ogni persona che ha raccontato la propria storia nel film ha nominato il potere terapeutico dei gatti. Io ne sono convinta – e ho anche letto un libro molto interessante del quale ti parlerò presto.

Il gatto ci cura, con la sua presenza, con le sue fusa, con i suoi richiami: “il gatto ci ricorda che siamo vivi” – queste sono le parole usate da un cittadino di Istanbul che mi hanno molto emozionato.

Allo stesso modo noi dobbiamo prenderci cura di loro, dando loro del cibo, un riparo, curandoli se serve, coccolandoli, ma sempre assecondando la loro natura e il loro carattere.

Sì perché ogni gatto, come ogni persona, ha il proprio carattere. C’è il maschio spavaldo, il boss del quartiere e il gatto tranquillo che si fa i fatti suoi. C’è il cacciatore di topi e il gatto grasso che deve fare la dieta. Ogni padrone ama e conosce il suo gatto proprio per la sua natura, per il carattere, per come si comporta.

“I gatti ci collegano a Dio, è Dio che ce li manda per comunicarci qualcosa” Sia che tu sia credente o no, penso che ci sia del vero in questa affermazione. La terapia con i gatti è una delle tante forme di terapia con animali conosciute da centinaia di anni.

Nel volantino del film si leggono queste parole:

“Sono centinaia di migliaia i gatti che vagano liberamente nella metrolopli di Istanbul. Per migliaia di anni hanno gironzolato dentro e fuori alla vita delle persone, diventando una componente essenziale delle tante comunità che rendono così ricca la città. Vivono tra due mondi – quello selvaggio e quello domestico – e portano gioia e voglia di vivere alle persone che scelgono di adottare.”

Grazie agli abitanti di Istanbul per aver raccontato storie semplici, ma molto belle, vere e ricche di aneddoti, di filosofia. Grazie al regista per le inquadrature aeree della città e del mare e per averci fatto conoscere la città ad altezza di gatto.

Ecco cosa ha detto il regista del film, Ceyda Torun:

“Quando abbiamo deciso di realizzare questo film, avevo un’idea di come sarebbe dovuto essere. Volevo mostrare Istanbul in un modo che andasse al di là di quanto scritto sulle guide turistiche ed esplorare temi che potessero far riflettere lo spettatore sul rapporto che gli abitanti della città hanno con i gatti e con la natura. Speriamo che questo film possa essere questo tipo di esperienza per tutti e che gli spettatori escano dalla sala con il desiderio di accarezzare un gatto e visitare Istanbul”

Ora li amo più di prima e non vedo l’ora di poter visitare quella fantastica città che sembra essere Istanbul. E tu, hai visto il film? Cosa ne pensi? Quale rapporto hai con i gatti?

 

Naomi e Claudia: salve grazie a Save the Dogs

Per la rubrica del blog “Li abbiamo aiutati così” oggi vi raccontiamo la storia di Naomi e Claudia, due bellissime cucciole salvate grazie all’intervento dell’associazione Save The Dogs and other Animals.

Quella di Naomi e Claudia è solo una delle centinaia di storie che vi potremmo raccontare, storie di abbandono e sofferenza, ma anche di riscatto e speranza.
Le due cucciole di pochi mesi vagavano con aria smarrita sulla spiaggia di Costanza, località affacciata sul Mar Nero ed erano sofferenti, affamate e completamente prive di pelo. Il loro destino sarebbe stato sicuramente terribile se due giovani romeni in vacanza non le avessero notate aggirarsi nella sabbia in evidente difficoltà.

Naomi e Claudia sulla spiaggia

Naomi e Claudia sulla spiaggia: il momento del ritrovamento

I due ragazzi, impietositi dalle loro condizioni, le hanno raccolte e portate alla clinica di Save the Dogs, distante più di 60 km dalla costa. Nonostante l’ospedale veterinario fosse già ai limiti della propria capacità massima, gli operatori della onlus italiana non hanno esitato nemmeno un momento ad accogliere le due cagnoline offrendo loro ospitalità e cure.

Constatato lo stato avanzato di rogna del quale erano affette le due piccole, i veterinari si sono subito attivati per offrire le migliori cure che potessero garantire loro la possibilità di sopravvivere nonostante le condizioni piuttosto compromesse.
A questo punto serviva un nome: così le cagnoline sono state “battezzate” Naomi e Claudia dagli operatori dell’associazione.

La rogna è purtroppo una malattia molto frequente negli animali che Save the Dogs soccorre in un contesto difficile come quello romeno. Fortunatamente, seppur con tempi lunghi, si tratta di una patologia guaribile. In questi 16 anni di attività, l’associazione italiana ha cambiato il destino a migliaia di animali salvati nelle stesse condizioni delle due protagoniste di questa storia.

Come molti degli animali fortunati che le hanno precedute, anche Naomi e Claudia verranno curate al meglio al fine di poter sperare anche per loro nel lieto fine di una vita in una vera famiglia.
Infatti, l’intervento di Save the Dogs verso gli animali non si conclude in Romania. Ogni anno sono centinaia i cani e i gatti che lasciano il rifugio dell’associazione per essere accolti nelle case italiane, svizzere, svedesi, finlandesi, tedesche e austriache. In questi paesi sono i partner dell’associazione ad occuparsi dell’adozione in modo accurato, scegliendo le famiglie adeguate all’animale e operando attenti controlli pre e post adozione.

Ci auguriamo che anche Naomi e Claudia possano presto “volare” verso una nuova vita in una famiglia che le ami e le accudisca come meritano!

Save the Dogs and other Animals è un’associazione italiana che nasce nel 2002 in Romania ed in seguito, nel 2005, apre a Milano la sua sede italiana di comunicazione e raccolta fondi. Lo scopo della onlus è quello di dare una risposta alla tragica emergenza che coinvolge i cani randagi in Romania, dove migliaia di animali vengono eliminati ogni anno dalle autorità con metodi brutali.

Nel 2002 l’ex pubblicitaria milanese Sara Turetta, profondamente colpita dalla situazione dei randagi romeni, decide di lasciare la sua carriera per trasferirsi a Cernavoda, cittadina sul Danubio tra le più depresse di tutto il paese. Qui avvia un piccolo centro di sterilizzazione per cani e gatti abbandonati.

Inizia così la storia di Save the Dogs, che oggi può contare su un Centro dove sono presenti un canile modello che ospita circa 300 cani, due rifugi per asini e cavalli vittime di maltrattamenti, un gattile confortevole e un ospedale veterinario all’avanguardia inaugurato alla fine del 2017.

Inoltre, tramite l’unità mobile, l’associazione garantisce assistenza medica gratuita e interventi di pronto soccorso veterinario, oltre ad essere presente con i propri operatori nelle zone rurali della provincia di Costanza per migliorare le condizioni di vita degli animali da compagnia e da lavoro.

Save the Dogs definisce il proprio approccio “integrato” perché oltre alle azioni rivolte agli animali, prevede programmi specifici per la popolazione locale come progetti di informazione e di pet therapy con gli asinelli dedicati ai bambini disabili.

Per seguire le vicende delle due cagnoline Claudia e Naomi e per essere aggiornati sulle attività di Save the Dogs, potete visitare il sito dell’Associazione e seguirci sui nostri canali social: la pagina Facebook , Twitter e Instagram 

Ti è piaciuta la storia di Naomi e Claudia? Hai salvato anche tu una specie animale o vegetale? Sei un’azienda che cerca di recuperare il buono, il bello ed il sano che la natura può donare? Partecipa alla rubrica “Li abbiamo aiutati così” col tuo racconto. Leggi qui come fare  :-)

La natura e Frida Kahlo

Ho visitato la bellissima mostra dedicata a Frida Khalo presso il Mudec di Milano. Una donna con una vita piena e interessante, ma anche molto dolorosa e sfortunata. Quali elementi della natura erano tra i suoi preferiti? Le scimmie, il colibrì e il cane messicano

Mi ha sempre interessato la personalità di Frida Khalo. Ho ammirato i suoi abiti, la sua pettinatura, la sua decisione di raffigurarsi con le folte sopracciglia, i baffi e la sigaretta in mano. Per questo ho deciso di visitare la mostra a lei dedicata presso il Mudec di Milano (fino al 3 giugno 2018)

La donna Frida è un’artista davvero interessante. Impegnata in politica, amante del suo paese, il Messico, una personalità molto moderna. Ha sempre desiderato la libertà per ogni donna, libertà di vestirsi, fumare, fare lotta politica. La mostra racconta bene tutti questi passaggi, compreso l’amore per Diego Rivera, con il quale si è sposata due volte.

Dipingo i fiori per non farli morire- Frida Khalo -

“Dipingo i fiori per non farli morire”- Frida Khalo

Il dolore e la sofferenza sono l’altra faccia della medaglia della vita di questa donna. A 18 anni è rimasta vittima di un grave incidente: l’autobus sul quale viaggiava si scontrò  con un tram. Lei ha avuto profonde ferite al bacino e alla colonna vertrebrale ed è stata costretta per lunghi mesi a letto, dopo molte operazioni. Ha portato un busto che le impediva di muoversi, tanto da dover dipingere sdraiata. Questo incidente ha condizionato anche il suo desiderio di maternità: dopo due aborti spontanei e uno terapeutico, ha dovuto rinunciare a questo sogno e si è molto affezionata alle figlie della sorella

Il rapporto con la Madre Terra. Tra tutti i temi molto interessanti di questa mostra mi hanno colpito quelli legati al rapporto con la Madre Terra e con la natura. Non ci sono barriere tra Frida e la Madre Terra, né confini. La terra è rappresentata attraverso i miti legati ad essa, ma anche nella sua concretezza di suolo, di frutta, di radici. Per Frida natura è spesso “tomba e decomposizione”, un simbolo legato alla politica del suo popolo e alla sua condizione di persona bloccata dal dolore, ferma in un letto.

Il dualismo della natura. Frida Khalo rappresenta spesso gli elementi che caratterizzano il dualismo nella natura: il giorno e la notte, il buio e la luce, lo spirito e la materia. Frida dipinge di frequente la dea della Terra Cihuacoati, madre che dà la vita, dal cui grembo nascono le piante, secondo la mitologia azteca.

Le amate scimmie. Le scimmie sono uno dei tre animali più raffigurati da Frida Khalo. Nel dipinto “Autoritratto con scimmia” – uno dei miei preferiti – questo animale è simbolo di lussuria, ma anche di “affetto soffocante”. In questo quadro, l’animale si mostra premuroso e tenero, protettivo nei confronti della donna. Un nastro verde lega la donna alla scimmia: il verde è il colore “simbolo di luce calda e buona”. Lo sfondo del quadro è un po’ claustrofobico, ricco di piante tipiche del Messico tra le quali il ricorrente “cactus del vecchio” (Caphaloceros senili).

Il colibrì è il secondo animale amato da Frida. Nel bellissimo dipinto “Autoritratto con collana di spine e colibrì” si ritrova questo animale molto comune in Messico. Il colibrì è in relazione con  il culto della divinità solare, secondo la cosmogonia azteca. Per la cultura locale è simbolo della reincarnazione, rappresentando l’anima dei guerrieri morti durante il combattimento. Il colibrì si collega anche al “culto di Xipe-Totec, divinità che presiedeva alla rinascita, al passaggio dalla morte alla vita e viceversa”

Autoritratto con collana di spine e colibrì

Frida Khalo – Autoritratto con collana di spine e colibrì

L’amato cane nudo messicano. Il cane nudo messicano è la razza di cani più amata da Frida. Il Senor Xolotl, così chiamava Frida il suo caro cane, l’animale domestico preferito dall’artista, una grande compagnia per lei. È proprio questo cane, secondo gli Aztechi, ad accompagnare il defunto dalla vita alla morte.

Il cane è presente anche nel dipinto “Autoritratto con scimmia”: la donna, la scimmia e il cane rappresentano una trilogia amata dall’artista che aveva un profondo rispetto e amore verso queste creature. Forse perché non raccontavano il suo dolore e sapevano custodire i suoi segreti

Se amate questa artista, se questi animali vi hanno incuriosito, potete vistare la mostra fino al 3 giugno 2018. Sul sito trovate tutte le info.

Orticola 2018: il sapore dei prati e della semplicità

Questa edizione di Orticola 2018 mi ha stupito per la sua semplicità. Protagonisti i prati, il fieno, i materiali della natura. Ve la racconto in cinque punti

Questo è stato il weekend di Orticola 2018, un appuntamento imperdibile per i milanesi che amano fiori, piante e giardinaggio. Anche una bella occasione mondana, nel centro della città, per esibire outfit alla moda e cappellini fioriti.

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Orticola: una finestra su piante, fiori e giardinaggio

Orticola 2018 ha visto la presenza di 160 espositori che sono diventati i protagonisti della manifestazione. Dallo scorso anno alla stampa viene data in omaggio una rivista curata da loro, dal titolo “Al piacer mio”, con articoli nuovi e testimonianze d’archivio.

Cinque punti di Orticola 2018. Negli ultimi anni mi piace sintetizzare l’evento Orticola in cinque punti. Quello che mi ha colpito maggiormente, il sentimento che ho percepito girando tra i bellissimi stand di piante e fiori dei vivaisti, al bordo della fontana, tra gli alberi del parco.

Gli ingressi. Ogni anno gli ingressi di Orticola vengono curati in modo speciale e trattano dei temi in particolare. A Palazzo Dugnani, all’ingresso di via Manin, quest’anno è andata in scena “la Belle Époque”: kenzie, orchidee, felci antartiche, felci a nido d’uccello per creare l’atmosfera dei Giardini d’Inverno di fine Ottocento. All’entrata di piazza Cavour ci ha accolto una piccola serra da vivaio nel momento delle fioriture primaverili, creata appositamente per Orticola 2018. In via Palestro “morbide accoglienti sculture” realizzate con piante di gardenia (Gardenia augusta) in una composizione sobria ed essenziale, ingentilita dal gelsomino (Jasminum azoricum)

La fontana. Davanti a Palazzo Dugnani, la bellissima fontana è il centro della coreografia di ogni anno. Julia Artico l’ha allestita con “il sapore dei prati e della semplicità”. Cinque figure femminili, fatte di fieno, chiamate “le fate dell’acqua”, abbelliscono la grande fontana “come richiamo a un femminile ancestrale che sorregge il mondo della natura, con decisione e delicatezza, con amore e partecipazione”. Accanto alle figure femminili ci sono delle ceste a forma di arnie, fatte con segale intrecciata e sagome di api che volteggiano tra i fiori.

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La fontana al centro di Orticola con le figure femminili fatte col fieno

I materiali naturali. Il fieno è uno dei tanti materiali naturali che ho notato in questa edizione di Orticola. Grandi ceste di vimini intrecciato, vetro riciclato e arnesi in ferro riciclato sono gli altri materiali naturali presenti. Un richiamo alla natura, alle materie prime e alla possibilità di riciclarle.

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Tanti materiali naturali ad Orticola 2018: paglia, fieno, vimini, vetro, legno

Le api. Sono presenti in metallo accanto alle donne fatte col fieno. Un cesto richiama la loro arnia. Così l’artista Julia Artico ha voluto far conoscere il progetto ApiSophia. Le api sono importanti, sono animali con una notevole organizzazione sociale. Ci forniscono miele e prodotti derivati: propoli, polline e cere. Le api svolgono la funzione di impollinatori per molte delle piante che rientrano nella nostra alimentazione quotidiana: senza api, non c’è cibo per l’uomo. L’inquinamento e la scomparsa degli habitat nei quali vivono sono le principali cause di morte per questi insetti. Dobbiamo proteggere loro, per proteggere noi stessi e il nostro futuro. Per maggiori informazioni su questo progetto, visitate il sito ApiSophia.

Cerchietti e animali. Devo dire che quest’anno non ho notato le molte signore con cappellini che di solito popolano i giardini di Orticola. Forse sono capitata nel momento sbagliato. Invece mi hanno molto colpito i cerchietti floreali di Evelyne Aymon con i bellissimi conigli (finti) a fare da modelli al suo stand.

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I bellissimi cerchietti colorati e fioriti di Evelyne Aymon

Non solo fiori ma anche animali in metallo da posizionare come decorazione nei girdini. Ogni anno questo stand è presente in mostra con nuovi animali: lucertole e rane, insieme ad una gru e alle oche sono le novità di quest’anno. Bellissimo anche lo stand – la bottega di Betti – dedicato alle costruzioni in legno: nidi per scoiattoli e pipistrelli, ma anche bellissime cucce per cani e gatti.

Un altro anno in compagnia delle bellissime piante e dei fiori di Orticola. Un appuntamento imperdibile ogni maggio, sempre durante giornate calde e piene di sole. Un bell’anticipo di estate.

Animali nell’antichità: in visita al Museo Egizio di Torino

Qualche settimana fa sono stata a fare un giro al Museo Egizio di Torino dopo diversi anni e mi è piaciuto molto il nuovo allestimento con le aree dedicate agli animali

Ero stata al Museo Egizio di Torino diversi anni fa. Ho saputo che ora è tutto nuovo e ho voluto fare un giro per vedere. Devo dire che vale davvero la pena passare un pomeriggio immersi nel mondo degli Egizi.

Non sono molto esperta di storia e del popolo egizio perciò vi invito a trovare le informazioni che desiderate direttamente sul sito del Museo.

Quello di Torino è il Museo Egizio più antico al mondo: fondato nel 1824, raccoglie oltre 40.000 reperti. Statue, papiri, sarcofagi e oggetti della vita quotidiana che ci permettono di fare un salto indietro nella storia di oltre 4.000 anni.

Dal 2015 il Museo ha un nuovo allestimento: si sviluppa su quattro piani e comprende 15 sale. Si parte dall’Epoca Predinastica, passando dall’Antico, al Medio, al Nuovo Regno.

Gli animali nel mondo egizio erano tenuti in grande considerazione. Questo mi ha sempre appassionato nello studio di questo popolo. Qui al museo, nella galleria finale, si possono trovare le immense statute dei vari dei con testa e corpo di animali. Gli Egizi, popolo di navigatori e coltivatori, hanno sempre saputo apprezzare il mondo della natura e degli animali.

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Alcuni animali esposti al Museo Egizio di Torino

Un nome italiano, una divinità. All’interno del museo mi ha colpito un cartello che raccoglie tutti i nomi degli animali conosciuti e venerati dagli Egizi, con accanto il relativo simbolo e il nome inglese. Sono davvero tanti:

ariete, coccodrillo, elefante, toro, sciacallo, cavallo, ibis, babbuino, falco, serpente, scarabeo, pesce, toporagno, gazzella, gatto, leone, asino e lucertola.

La sala degli animali raccoglie tante statue e tanti animali imbalsamati. Qui si legge che gli dei egizi si manifestano in molte forme e sono spesso associati agli animali stessi. Per questo, fin dal 3.000 a.c, gli animali venivano sottoposti a processi di mummificazione, proprio come accadeva agli esseri umani.

Spesso un esemplare molto bello di un animale associato ad un dio veniva allevato apposta per essere poi mummificato e dedicato a quella divinità. Veniva inoltre inserito all’interno di un sarcofago. Molti altri animali venivano portati nel tempio proprio come oggi facciamo noi con gli ex voto: si trovano, ad esempio, l’ariete e il toro, i gatti, i cani e i pesci.

Una specie, una tecnica. La tecnica utilizzata per l’imbalsamazione cambiava a seconda del tipo di animale da imbalsamare. Alcuni venivano essiccati, ricoprendo il loro corpo col sale per 40 giorni. Per altri, i più grandi, come tori e arieti, si procedeva all’eviscerazione: i loro organi interni venivano tolti dal corpo e conservati in appositi vasi detti canopi.

C’era poi l’imbalsamazione, processo mediante il quale il corpo dell’animale era trattato con oli, unguenti e resine. Il corpo veniva poi avvolto nelle bende e spesso si aggiungevano degli amuleti. Molti animali esposti qui nel museo sono proprio ancora intatti nelle loro bende originarie.

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Una finestra sui laboratori del Museo con una mummia di gatto

Una finestra sul mondo egizio e sui gatti. Girando tra le sale del museo si arriva in un punto dove è stata creata una finestra in vetro che permette di vedere i laboratori interni alla struttura. Su questi tavoli si osservano le mummie di gatti che sono giunte fino ai nostri anni, resistendo per millenni.

Questi gatti sono davvero belli, le loro bende ricostruiscono e richiamano la forma dell’animale stesso e mostrano tutto l’affetto che questo popolo aveva per loro. Nei granai, nei magazzini, i gatti aiutavano a tenere lontani topi e altri roditori. Per questo venivano ricompensati dagli Egizi con l’imbalsamazione dei loro corpi e con una dea a loro dedicata.

Bastet, dea gatto-leonessa, era venerata inizialmente per la sua potenza, forza, bellezza e agilità. In seguito il suo culto venne associato a quello dei gatti e della luna.

Se siete a Torino vi consiglio di visitare il Museo Egizio. Grande, bello, ben organizzato, mi ha stupito vedere come, dopo migliaia di anni, i resti di oggetti, uomini e animali siano arrivati quasi intatti fino a noi a testimonianza della bravura di questo popolo e dell’affetto verso gli esseri umani e gli animali. Una cura che che hanno dimostrato anche nell’accompagnare persone e animali verso il loro viaggio oltre la vita.