curiosa di natura

Parte il progetto The Ocean Cleanup

The Ocean Cleanup è il progetto di un giovane ragazzo olandese, Boyan Slat, che vuole ripulire gli oceani dalla plastica che li inquina con un traguardo ambizioso: “entro il 2040 via il 90% della plastica dagli oceani”

Da molti anni tratto nel blog il problema dell’inquinamento di mari e oceani. L’anno scorso ho partecipato al convegno One Ocean Forum dal quale è emerso che mari e oceani sono gravemente danneggiati dall’eccesso di plastica. Qualche anno fa mi aveva molto colpito la lettura del libro “Come è profondo il mare” al quale ho dedicato una serie di post qui sul blog.

Questa estate molte persone si sono accorte dai gravi danni che la plastica porta ai nostri fiumi, ai laghi, ai mari e agli oceani. In molti gruppi di discussione, tante persone hanno iniziato a fare qualcosa in prima persona, come pulire un tratto di costa marina o aderire ad associazioni che lavorano a favore della salvaguardia dei mari. Eliminare il più possibile la plastica usa e getta dalle nostre vite è il primo passo da fare. Poi ci sono diversi progetti interessanti, tra i quali quello del giovane Boyan Slat.

Come funziona The Ocean Cleanup. Si tratta di una serie di tubi galleggianti posti sulla superficie dell’oceano, a forma di U, in modo da convogliare tutta la plastica al centro di questa figura. Senza l’utilizzo di motori, né l’intervento dell’uomo. Questa invenzione “inserita tra le migliori del 2015 da Time gli è valsa un posto nella lista di Forbes degli Under 30 più brillanti al mondo”

Il progetto. Dopo aver dato vita alla fondazione The Ocean Cleanup, Slat ha raccolto denaro da privati e tramite una raccolta fondi online, ha messo insieme un team di scienziati e dopo numerose prove fatte in laboratorio, ora il suo progetto è pronto per partire nell’Oceano Pacifico.

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Il progetto The Ocean Cleanup (foto©TheOceancleanup)

Il primo passo prevede di trascorrere un mese su di una barca al largo di San Francisco per osservare il funzionamento del tubo galleggiante. Un tubo galleggiante lungo 600 metri al quale è ancorato uno schermo galleggiante profondo sei metri – e non una rete che danneggerebbe gli animali marini. Questo sistema crea una zona di mare calmo nella quale dovrebbe fermarsi tutta la plastica che verrebbe poi raccolta dagli operatori e avviata alle corrette procedure di riciclo.

Un sistema da replicare. Il lungo tubo galleggiante, una volta appurato il suo funzionamento, verrà riproposto in almeno altre cinque zone degli oceani nelle quali la plastica si accumula e forma delle proprie isole di plastica, come il Great Garbage Patch. Si prevede di posizionare oltre sessanta tubi in tutto l’Oceano.

Un progetto interessante, proposto da un ragazzo molto giovane che si è posto come obiettivo quello di rendere la Terra e le sue acque un posto meno inquinato. Di certo non è la soluzione al problema dell’inquinamento da plastica ma speriamo possa funzionare per dare maggiore ossigeno ai nostri oceani.

Photo Ark: la scomparsa delle specie animali

Sabato scorso ho visitato la mostra fotografica di Joel Sartore dedicata agli animali in pericolo di estinzione. Anche se il suo lavoro si basa su specie che vivono negli zoo e negli acquari, credo sia comunque utile per sensibilizzare le persone verso la scomparsa delle specie animali.

“La metà delle specie potrebbe scomparire entro il 2100”. Questo cartellone è il primo che ho visto visitando la mostra Photo Ark presso il City Life Shopping District a Milano. Una mostra fotografica che vuole raccontare gli animali che rischiano l’estinzione. E a quanto pare sono molti.

La perdita di una specie animale o vegetale è per sempre e può danneggiare un intero ecosistema. Secondo le stime della IUCN – Unione mondiale per la conservazione della natura – le specie in pericolo sono migliaia al mondo, dalle rane ai gorilla di montagna, dalle farfalle agli elefanti. Le cause principali di queste scomparse sono la perdita dell’habitat, il cambiamento climatico e l’inquinamento.

Cosa succede ad una specie. Tutte le specie a rischio estinzione hanno in comune il calo delle loro popolazioni, come si legge sui cartelloni che raccontano la mostra fotografica. La specie minacciata entra in un vortice di estinzione: i pochi individui superstiti con la loro bassa variabilità genetica non bastano a tenere in vita la specie.

Il fotografo: Joel Sartore. Joel Sartore ha fotografato animali per anni per conto del National Geographic, interessandosi soprattutto ai problemi della salvaguardia della natura.

“Il progetto nasce dal disperato desiderio di fermare, o almeno rallentare, la biodiversità a livello globale”

Sartore ha realizzato dei ritratti in studio delle specie che stanno scomparendo, per sensibilizzare il pubblico, prima che sia troppo tardi. Sono oltre 12.000 le specie del globo terrestre che vivono in cattività, negli zoo e negli acquari del mondo.

Le foto creano un legame visivo tra gli animali minacciati e il pubblico che può così conoscere quanti individui restano di ogni singola specie allo stato naturale e negli zoo e acquari. Ogni ritratto descrive l’animale e indica il pericolo di estinzione al quale è sottoposto, con i dati della IUCN.

Perché una mostra su animali in cattività? Ho visitato la mostra cercando di rispondere a questa domanda. Vale la pena fare ritratti di animali che vivono chiusi in uno zoo o in un’acquario? All’inizio ero un po’ scettica, ma poi mi sono ricreduta. Sensibilizzare sul problema dell’estinzione degli animali è sempre una cosa importante. Certo sarebbe meglio salvaguardare le popolazioni di piante e animali che vivono in natura, ma anche gli animali che vivono negli zoo e negli acquari meritano la nostra attenzione. Molto spesso l’unico esemplare di una specie ancora in vita è proprio quello che vive in uno zoo o in un acquario del mondo.

Zoo e acquari: sì e no. In linea genrale credo che gli animali debbano vivere in natura, liberi, nel loro habitat. Dunque non sono favorevole agli zoo e agli acquari. D’altra parte siamo spesso noi uomini a danneggiare il loro habitat, ad invaderlo o peggio a ferire e uccidere questi animali. E allora, se serve a salvare queste creature rimaste sole che non potrebbero più essere riimmesse nella loro area, ma che hanno come unica possibilità di vita quella di stare in un ambiente protetto, allora posso ammettere l’esistenza di queste strutture. Solo come ricovero, come ospedale, come unico estremo rimedio alla morte degli individui.

La reazione delle persone. Mi sono spesso soffermata a fotografare, come potete vedere da queste immagini e a osservare le persone. Ho visto molti bambini avvicinarsi alle foto degli animali e molti adulti fermarsi a leggere, a scambiare qualche parola sull’argomento, a cercare di capire. Sarà pure poco, ma se serve a far conoscere, a sensibilizzare sul mondo della natura e degli animali che stiamo irrimediabilmente perdendo e danneggiando, allora credo che ne valga comunque la pena.

“Ogni animale ha una storia di importanza cruciale da raccontare. Noi non dobbiamo fare altro che ascoltarla”

*nota* Le foto delle due gallery sono state scattate da me ai cartelloni espositivi della mostra. Le foto originali degli animali sono tutte realizzate da ©Joel Sartore.

The Florence Experiment: cosa comunichiamo noi alle piante?

Se siete a Firenze fino al 26 agosto non perdetevi The Florence Experiment. Perché le piante comunicano con noi, ma sarà vero anche il contrario?

Devo dire che questa domanda me la sono posta raramente, ma è molto interessante. Numerosi studi ci confermano che le piante comunicano con il mondo esterno attraverso composti chimici. E credo che su questo siamo tutti d’accordo. 

Ma noi uomini siamo in grado di comunicare qualcosa alle piante? Felicità, tristezza, paura, coraggio sono emozioni che possiamo trasmettere anche a un essere vegetale? 

the florence experiment

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Per rispondere a queste domande è in corso a Firenze – fino al 26 agosto 2018 – The Florence Experiment, una mostra a cura di Arturo Galansino. Un progetto che unisce arte, scienza e tecnologia per studiare l’interazione tra piante ed esseri umani.

Carsten Höller è un celebre artista tedesco, famoso per le sue installazioni in grado di coinvolgere ed emozionare. 

Stefano Mancuso, fondatore della neurobiologia vegetale, studia da anni l’intelligenza delle piante, di questi esseri complessi dotati di grande sensibilità e in grado di comunicare col mondo esterno attraverso composti chimici.

Insieme hanno creato questa installazione che permetterà di capire, attraverso analisi di parametri scientifici, se noi esseri umani siamo in grado di trasmettere delle emozioni alle piante.

The Florence Experiment prevede due diversi tipi di esperimenti sul tema del rapporto uomo-pianta. 

La prima parte del progetto – The Florence Experiment Slides – è rappresentata da due grandi scivoli nel cortile. Alcuni visitatori, scelti in modo casuale, sono invitati a scendere dagli scivoli portando con sé una pianta di fagiolo.

Non so voi, ma io sarei curiosissima di provare, nonostante il mio problema legato alle vertigini. Dopo la discesa, la pianta verrà analizzata da un team di scienziati che valuterà i parametri fotosintetici e le molecole emesse dalla pianta di fagiolo durante l’esperimento. Questi dati saranno poi confrontati con quelli di tutte le altre piante che hanno preso parte alla discesa insieme a un accompagnatore umano. Ci sarà anche un gruppo di piante di controllo che invece saranno rimaste ferme a terra. 

Nella seconda parte del progetto – Plant Decision-Making based on Human Smell of Fear and Joy – si utilizzano due sale cinematografiche. Nella prima saranno proiettate scene di film horror e nella seconda scene di film comici. Le persone assisteranno all’una o all’altra proiezione a scelta. Durante la visione del film, ogni persona produce delle molecole, composti chimici legati alla paura o alla gioia, che, inconsapevolmente, rilasciamo nell’ambiente. L’aria delle sale sarà convogliata in due diversi condotti di areazione. 

Questa aria sarà portata verso la facciata della mostra dove è piantato un glicine con due biforcazioni a forma di Y. L’aria dalla sala horror sarà convogliata da un lato, mentre su quello opposto sarà riversata quella proveniente dal film comico.

Il glicine crescerà in modo diverso nei due rami? Sarà influenzato dalla paura o dalla gioia che noi essere umani abbiamo provato?

Per sapere le risposte dovremmo attendere settembre, la fine dell’esperimento.

Ma, conoscendo un po’ il mondo delle piante, sono quasi sicura che avremo dei risultati interessanti sia per la discesa libera dei fagioli che per l’albero del glicine.

Non so se la mostra sarà portata in altre città. Certo se farà tappa a Milano non me la perderò. Sul sito trovate maggiori informazioni. Fatemi sapere come vi sembra se riuscirete a visitarla.           Buona discesa a tutti ;-)

Animali specchio dell’anima

“Gli animali domestici, cani e gatti, vivono le nostre emozioni, condividono i nostri malesseri, sono legati profondamente a noi”. Un libro che ci fa scoprire messaggi interessanti sui nostri malesseri e su quelli degli animali che vivono con noi

La mia gatta di 15 anni ha avuto una disavventura ed è stata male. Ora sta meglio, ma le cure continuano e ci vorrà del tempo. In quel periodo intenso di medicine e visite dal veterinario ho deciso di leggere il libro Animali specchio dell’anima e ho trovato molte considerazioni interessanti.

Perché gli animali si ammalano? Qual è la radice più profonda della loro malattia? A queste domande cercano di dare una risposta gli autori: Ruediger Dahlke, esperto del legame uomo-animali, e Irmgard Baumgartner, veterinaria specialista in omeopatia.

“L’animale e la persona che lo accudisce diventano un tutt’uno col passare del tempo. L’animale dedica la propria vita a una persona in particolare e diventa parte di essa”

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La copertina del libro “Animali specchio dell’anima”

Spesso diciamo: “Il mio cane (gatto) è la mia ombra”. Tutto vero. Ne parlava già Jung – leggo nel libro perché non sono esperta di psicologia – dicendo che “l’ombra è l’insieme delle funzioni e degli atteggiamenti non sviluppati della personalità”.

I nostri animali domestici, facendoci da ombra, ci aiutano a capire meglio noi stessi e magari ad affrontare alcuni problemi che non abbiamo ancora risolto col nostro carattere, con la nostra parte interiore, con l’inconscio.

Il libro è diviso in due sezioni, una per autore. Nella prima parte del libro, Ruediger Dahlke ci fa riflettere sul rapporto con i nostri amici a quattro zampe. Possiamo toccarli, accarezzarli, entrare in contatto con loro liberamente – con le persone, il contatto troppo stretto genera paura, timore, diffidenza se non si è parenti o conoscenti della persona in questione.

Oltre al contatto, allo stesso modo si crea un parallelismo tra le patologie dell’animale e quelle del proprietario: “gli animali possono mettersi a disposizione dei proprietari ed esprimere qualcosa al posto loro”.

Gli animali possono sollevarci da alcune malattie, manifestando sul loro corpo i nostri personali problemi, facendoci riflettere sulla nostra salute fisica e psichica.

Andando dal veterinario capita spesso che capisca dal problema dell’animale domestico qual è quello del proprietario. Gli animali hanno una grande apertura psichica e riescono a intercettare lo stato d’animo del loro compagno umano. Questo spiega perché molti dei proprietari di animali domestici sono consapevoli dell’esistenza di un’anima nei loro compagni di vita.

Quello dell’anima negli animali è un dibattito molto attuale. Quando si vive a contatto con gli animali si crea un coinvolgimento interiore, una sensibilità maggiore.
Papa Francesco, primo tra tutti i papi, ha riconosciuto l’esistenza di un’anima negli animali. San Francesco d’Assisi era stato l’unico precedente, l’unica figura della Chiesa ad affermare l’esistenza dell’anima anche negli animali.

Gli animali ci offrono l’opportunità di conoscere meglio noi stessi. Sono un sostegno alla nostra esistenza. Sono una una guardia del corpo e spesso percepiscono prima di noi quello che accade o accadrà in un tempo vicino.

Gli animali domestici, dunque, sono degli ottimi protettori per i bambini. Sono amici, compagni, da curare e amare. Ci permettono di giocare, gioire, lasciarci andare.

Nelle popolazioni native di molti paesi del mondo, gli animali totem sono una guida per l’uomo, ci accompagnano nella nostra esistenza, ci suggeriscono la strada migliore da intraprendere. Se vuoi saperne di più sugli animali guida, ti suggerisco di leggere questi miei tre articoli a proposito – uno, due e tre.

Tutti noi sappiamo che gli animali sono in grado di dare degli aiuti concreti all’uomo. Pensiamo ai cani da valanga, da ricerca, da soccorso, a quelli che accompagnano persone non vedenti o diversamente abili, alla pet-teraphy. Tutto questo accade grazie alla loro abilità di entrare in empatia col proprio amico umano.

Nella seconda parte del libro, Irmgard Baumgartner, ci racconta casi clinici veri, incontrati in anni di lavoro nel suo studio di veterinario omeopata – su questi non entrerò nei particolare perché mi hanno davvero sorpreso molto e vi invito a leggerli personalmente nel libro.

Irmgard dice di essersi sempre chiesta, da veterinaria, se non fossero in realtà gli animali a voler far curare i propri padroni. Una domanda sorprendente, alla quale finora non avevo mai minimamente pensato.

“La malattia di un animale domestico è strettamente correlata alla situazione esistenziale del suo proprietario”

Spesso “gli animali domestici sviluppano quadri clinici corrispondenti allo stato d’animo dei loro compagni umani”. Se il padrone soffre di una crisi esistenziale dovuta a una malattia, a gravi problemi di lavoro o di famiglia, anche l’animale si ammala. Traslochi, separazioni, licenziamenti, malattie e morti sono tutti traumi gravi da vivere, da sopportare e da superare.

Secondo lo studioso Sheldrake “esiste la capacità da parte degli animali di cogliere intenzioni e sentimenti degli esseri umani anche a grandi distanze”. Perché, come avrete letto spesso nei miei post, “tutto è correlato con il tutto”.

Emozioni e pensieri sono forme mentali e posseggono un’energia che si trasmette all’ambiente sotto forma di vibrazioni. Anche gli scienziati hanno riconosciuto un comportamento morale in molti animali: nei primati, nei lupi, nelle iene, nei delfini e nelle balene, negli elefanti e persino nei ratti e nei topi. Tutto questo ci avvicina sempre più a loro.

Gli animali ci sorprendono con la loro capacità di stare al nostro fianco, di aiutarci e confortarci nei momenti di bisogno. Ma non si fermano a questo: sono in grado di farsi carico di alcune malattie, al posto nostro. Di indicarci la strada da percorrere perché, prendendoci cura delle loro patologie, non possiamo che riflettere sulle nostre e avere cura di noi stessi.

Se volete approfondire l’argomento, questo è il libro:
Ruediger Dahlke – Irmgard Baumgartner – Animali specchio dell’anima – vivono le nostre emozioni, condividono i nostri malesseri, sono legati profondamente a noi – Gruppo Macro editore – 126 pagine – prezzo di copertina 12,50€

Kedi, la città dei gatti

“Kedi la città dei gatti” è un bellissimo film che racconta del rapporto di questi felini con la città di Istanbul e con i suoi abitanti

Istanbul è la città dei gatti. Non sono mai stata in questa città ma mi affascina da sempre. Istanbul è detta anche “la Roma d’Oriente” per l’importanza raggiunta ai tempi degli imperi romano e bizantino. Una città ricca di storia e di arte, ma anche di tradizioni popolari. E soprattutto, la città dei gatti.

“A Istanbul i gatti sono lo specchio delle persone, e questo incredibile documentario racconta le anime della città attraverso i suoi gatti”

Kedi la città dei gatti

Kedi la città dei gatti

Kedi la città dei gatti è un film documentario che ci racconta di questi animali, del loro rapporto con le persone e con il territorio. In contemporanea gli abitanti della città esprimono i loro pensieri, i dubbi, le preoccupazioni sui nuovi quartieri, sulla natura che scompare, sul destino dei gatti.

Sono umili gli abitanti di Istanbul, persone semplici che narrano le proprie storie. Molti sono pescatori, altri lavorano in piccoli bar ristorante, ci sono una pittrice e un disegnatore e molta gente incontrata al porto o al mercato.

Mi ha colpito il grande amore per i gatti che ognuno di loro manifesta, a modo proprio naturalmente. C’è chi pensa che i gatti siano degli alieni e che occorre trovare una via per comunicare con loro. Chi invece afferma che sono come noi, hanno un proprio carattere e proprie abitudini, solo un linguaggio differente, ma non così difficile da interpretare.

La gente si prende cura di questi gatti rispettando la loro natura. Li fa entrare in casa, li lascia riposare, dà loro da mangiare ma poi li lascia liberi di uscire, di girare per la città, di far visita al vicino di casa.

I gatti sono parte del territorio, del quartiere, tutti devono prendersene cura: “tutti noi abitanti di Istanbul abbiamo un conto aperto col veterinario”. Infatti è molto bello che chiunque incontri un gatto malato subito si affretti a portarlo a curare dal veterinario, secondo la filosofia: “se stanno bene loro, sto bene anche io”

Il potere terapeutico dei gatti. Ogni persona che ha raccontato la propria storia nel film ha nominato il potere terapeutico dei gatti. Io ne sono convinta – e ho anche letto un libro molto interessante del quale ti parlerò presto.

Il gatto ci cura, con la sua presenza, con le sue fusa, con i suoi richiami: “il gatto ci ricorda che siamo vivi” – queste sono le parole usate da un cittadino di Istanbul che mi hanno molto emozionato.

Allo stesso modo noi dobbiamo prenderci cura di loro, dando loro del cibo, un riparo, curandoli se serve, coccolandoli, ma sempre assecondando la loro natura e il loro carattere.

Sì perché ogni gatto, come ogni persona, ha il proprio carattere. C’è il maschio spavaldo, il boss del quartiere e il gatto tranquillo che si fa i fatti suoi. C’è il cacciatore di topi e il gatto grasso che deve fare la dieta. Ogni padrone ama e conosce il suo gatto proprio per la sua natura, per il carattere, per come si comporta.

“I gatti ci collegano a Dio, è Dio che ce li manda per comunicarci qualcosa” Sia che tu sia credente o no, penso che ci sia del vero in questa affermazione. La terapia con i gatti è una delle tante forme di terapia con animali conosciute da centinaia di anni.

Nel volantino del film si leggono queste parole:

“Sono centinaia di migliaia i gatti che vagano liberamente nella metrolopli di Istanbul. Per migliaia di anni hanno gironzolato dentro e fuori alla vita delle persone, diventando una componente essenziale delle tante comunità che rendono così ricca la città. Vivono tra due mondi – quello selvaggio e quello domestico – e portano gioia e voglia di vivere alle persone che scelgono di adottare.”

Grazie agli abitanti di Istanbul per aver raccontato storie semplici, ma molto belle, vere e ricche di aneddoti, di filosofia. Grazie al regista per le inquadrature aeree della città e del mare e per averci fatto conoscere la città ad altezza di gatto.

Ecco cosa ha detto il regista del film, Ceyda Torun:

“Quando abbiamo deciso di realizzare questo film, avevo un’idea di come sarebbe dovuto essere. Volevo mostrare Istanbul in un modo che andasse al di là di quanto scritto sulle guide turistiche ed esplorare temi che potessero far riflettere lo spettatore sul rapporto che gli abitanti della città hanno con i gatti e con la natura. Speriamo che questo film possa essere questo tipo di esperienza per tutti e che gli spettatori escano dalla sala con il desiderio di accarezzare un gatto e visitare Istanbul”

Ora li amo più di prima e non vedo l’ora di poter visitare quella fantastica città che sembra essere Istanbul. E tu, hai visto il film? Cosa ne pensi? Quale rapporto hai con i gatti?

 

Naomi e Claudia: salve grazie a Save the Dogs

Per la rubrica del blog “Li abbiamo aiutati così” oggi vi raccontiamo la storia di Naomi e Claudia, due bellissime cucciole salvate grazie all’intervento dell’associazione Save The Dogs and other Animals.

Quella di Naomi e Claudia è solo una delle centinaia di storie che vi potremmo raccontare, storie di abbandono e sofferenza, ma anche di riscatto e speranza.
Le due cucciole di pochi mesi vagavano con aria smarrita sulla spiaggia di Costanza, località affacciata sul Mar Nero ed erano sofferenti, affamate e completamente prive di pelo. Il loro destino sarebbe stato sicuramente terribile se due giovani romeni in vacanza non le avessero notate aggirarsi nella sabbia in evidente difficoltà.

Naomi e Claudia sulla spiaggia

Naomi e Claudia sulla spiaggia: il momento del ritrovamento

I due ragazzi, impietositi dalle loro condizioni, le hanno raccolte e portate alla clinica di Save the Dogs, distante più di 60 km dalla costa. Nonostante l’ospedale veterinario fosse già ai limiti della propria capacità massima, gli operatori della onlus italiana non hanno esitato nemmeno un momento ad accogliere le due cagnoline offrendo loro ospitalità e cure.

Constatato lo stato avanzato di rogna del quale erano affette le due piccole, i veterinari si sono subito attivati per offrire le migliori cure che potessero garantire loro la possibilità di sopravvivere nonostante le condizioni piuttosto compromesse.
A questo punto serviva un nome: così le cagnoline sono state “battezzate” Naomi e Claudia dagli operatori dell’associazione.

La rogna è purtroppo una malattia molto frequente negli animali che Save the Dogs soccorre in un contesto difficile come quello romeno. Fortunatamente, seppur con tempi lunghi, si tratta di una patologia guaribile. In questi 16 anni di attività, l’associazione italiana ha cambiato il destino a migliaia di animali salvati nelle stesse condizioni delle due protagoniste di questa storia.

Come molti degli animali fortunati che le hanno precedute, anche Naomi e Claudia verranno curate al meglio al fine di poter sperare anche per loro nel lieto fine di una vita in una vera famiglia.
Infatti, l’intervento di Save the Dogs verso gli animali non si conclude in Romania. Ogni anno sono centinaia i cani e i gatti che lasciano il rifugio dell’associazione per essere accolti nelle case italiane, svizzere, svedesi, finlandesi, tedesche e austriache. In questi paesi sono i partner dell’associazione ad occuparsi dell’adozione in modo accurato, scegliendo le famiglie adeguate all’animale e operando attenti controlli pre e post adozione.

Ci auguriamo che anche Naomi e Claudia possano presto “volare” verso una nuova vita in una famiglia che le ami e le accudisca come meritano!

Save the Dogs and other Animals è un’associazione italiana che nasce nel 2002 in Romania ed in seguito, nel 2005, apre a Milano la sua sede italiana di comunicazione e raccolta fondi. Lo scopo della onlus è quello di dare una risposta alla tragica emergenza che coinvolge i cani randagi in Romania, dove migliaia di animali vengono eliminati ogni anno dalle autorità con metodi brutali.

Nel 2002 l’ex pubblicitaria milanese Sara Turetta, profondamente colpita dalla situazione dei randagi romeni, decide di lasciare la sua carriera per trasferirsi a Cernavoda, cittadina sul Danubio tra le più depresse di tutto il paese. Qui avvia un piccolo centro di sterilizzazione per cani e gatti abbandonati.

Inizia così la storia di Save the Dogs, che oggi può contare su un Centro dove sono presenti un canile modello che ospita circa 300 cani, due rifugi per asini e cavalli vittime di maltrattamenti, un gattile confortevole e un ospedale veterinario all’avanguardia inaugurato alla fine del 2017.

Inoltre, tramite l’unità mobile, l’associazione garantisce assistenza medica gratuita e interventi di pronto soccorso veterinario, oltre ad essere presente con i propri operatori nelle zone rurali della provincia di Costanza per migliorare le condizioni di vita degli animali da compagnia e da lavoro.

Save the Dogs definisce il proprio approccio “integrato” perché oltre alle azioni rivolte agli animali, prevede programmi specifici per la popolazione locale come progetti di informazione e di pet therapy con gli asinelli dedicati ai bambini disabili.

Per seguire le vicende delle due cagnoline Claudia e Naomi e per essere aggiornati sulle attività di Save the Dogs, potete visitare il sito dell’Associazione e seguirci sui nostri canali social: la pagina Facebook , Twitter e Instagram 

Ti è piaciuta la storia di Naomi e Claudia? Hai salvato anche tu una specie animale o vegetale? Sei un’azienda che cerca di recuperare il buono, il bello ed il sano che la natura può donare? Partecipa alla rubrica “Li abbiamo aiutati così” col tuo racconto. Leggi qui come fare  :-)