CURIOSA DI NATURA

Edward Wilson e l’ipotesi della biofilia

Il Professor Wilson è considerato il fondatore della sociobiologia e l’ideatore dell’ipotesi della biofilia. Chi era Edward Osborne Wilson e come ha contribuito a porre le basi della moderna conservazione della biodiversità: te lo racconto in modo semplice in questo post con un suggerimento di lettura.

Chi era Edward Osborne Wilson

Edward Osborne Wilson è considerato il fondatore della sociobiologia e a lui si deve l’ipotesi della biofilia. Ho letto alcuni suoi libri e articoli durante i miei studi universitari di ecologia, zoologia e botanica. Wilson è stato il primo a dare una definizione della parola biodiversità alla Conferenza di Rio del 1992 e a porre le basi della moderna conservazione della biodiversità.

È nato negli Stati Uniti nel 1929 e ci ha lasciato alla fine dello scorso anno. Fin da piccolo amava passeggiare nella natura e tra i boschi. Uno dei suoi passatempi era la pesca e proprio mentre pescava ebbe un incidente che forse cambiò il corso della sua vita e dei suoi studi. Si ferì all’occhio sinistro perdendo il senso della profondità da questo occhio, mentre con l’occhio destro divenne abile nel distinguere i dettagli microscopici.

Così Edward Wilson si è appassionato alla studio di tutto ciò che è piccolo in natura: il microcosmo. Le formiche sono state da sempre la sua passione. Si è iscritto all’Università dell’Alabama e poi del Tennessee, fino ad arrivare a frequentare ad Harvard il suo dottorato. La biologia era la sua materia di studio. Dalla zoogeografia, alla biologia delle popolazioni, Wilson ha studiato la particolarità delle specie insulari, quelle che vivono sulle isole, e dunque sono all’interno di un ecosistema ancora più ristretto rispetto alle specie che vivono nei continenti.

Per i suoi studi e le sue ricerche scientifiche, Edward Osborne Wilson ha vinto due Premi Pulitzer, un Ted Prize nel 2007 e una Hubbard Medal nel 2013. Il suo amore per lo studio delle formiche ha fatto di lui un importante mirmecologo. Wilson ha dedicato la sua vita allo studio della diversità delle specie sulla Terra, a come interferiscono tra loro l’uomo e la natura e a quali strategie mettere in atto per impedire il declino della natura e della vita selvatica.

Per salvaguardare le specie che vivono sul nostro Pianeta, Wilson ha deciso di creare una propria fondazione, la E. O. Wilson Biodiversity Foundation che ha un interessante progetto chiamato Half Earth. Secondo Wilson, per salvaguardare almeno metà del Pianeta Terra dalle modificazioni antropiche occorre lasciare libero almeno metà Pianeta per le specie.

Il progetto Half Earth ha l’obiettivo di proteggere metà della terra e del mare affinché almeno l’85% delle specie possa conservare il proprio spazio vitale.

Edward Wilson e l’ipotesi della biofilia (foto©achievement.org e PianoB Edizioni)

Wilson: la sociobiologia e l’ipotesi della biofilia

Wilson viene definito il successore di Charles Darwin per i suoi studi sulla teoria dell’evoluzione. Edward Wilson è il fondatore della sociobiologia intesa come lo studio dell’evoluzione biologica del comportamento sociale. Secondo questo scienziato, il comportamento umano è un prodotto della determinazione genetica più che delle esperienze apprese. Basandosi sugli studi di Darwin, Wilson sostiene che il comportamento degli animali, uomo compreso, dipende dall’interazione tra genetica e stimoli ambientali.

Ma la ricerca che più ho apprezzato e per la quale è famoso Edward Osborne Wilson è l’ipotesi della biofilia. L’ipotesi scientifica della biofilia è stata proposta da Edward Osborne Wilson nel 1984.

Per biofilia si intende l’innata tendenza a concentrare la nostra attenzione sulle forme di vita e su tutto ciò che le ricorda anche emotivamente.

Il termine biofilia è proposto da Erich Fromm che lo intendeva come il legame che l’uomo cerca con gli altri organismi. Siamo esseri sociali, facciamo parte del tutto, tutto è collegato: questi sono i termini che utilizzo di più in questo blog perché sono le basi della vita, della biologia, della biofilia. Un argomento affascinante che sarà ancora più essenziale nel futuro.

L’uomo cerca la natura, gli altri esseri viventi, la vita sociale. Ci sono una serie di comportamenti innati dell’uomo in relazione col mondo naturale. Quando siamo nella natura, quando incontriamo i nostri simili, quando osserviamo un paesaggio o il comportamento animale proviamo emozioni e sentimenti: meraviglia, indifferenza, paura, ansia.

Un esempio pratico di cosa possa essere la biofilia è l’attrazione che proviamo verso i cuccioli, sia umani che di altre specie, soprattutto i Mammiferi. I cuccioli hanno aspetto simile, come gli occhi grandi, che inducono comportamenti di protezione, affetto e amore. Questi sono meccanismi che la natura mette in atto per assicurare un alto tasso di sopravvivenza di una specie.

Siamo attratti dagli stimoli naturali, abbiamo una forma di empatia verso le altre forme di vita. Osservando la natura proviamo:

  • fascinazione, cioè una specie di forte emozione, suggestione, ipnosi
  • empatia asimmetrica, la capacità di comprendere lo stato d’animo di un individuo di un’altra specie e di immedesimarci.

Anche la scelta del luogo nel quale vivere è legata a comportamenti molto antichi, di quando gli uomini primitivi vivevano nella savana e sceglievano zone:

  • in posizione sopraelevata, per vedere i predatori avvicinarsi e poter rispondere per tempo
  • con spazi aperti davanti, come i prati della savana o viali alberati
  • vicino all’acqua, di un fiume, di un lago o del mare.

La biofilia, amore innato per la natura e per tutto ciò che è vivo, è collegata all’intelligenza naturalistica. Secondo la teoria delle intelligenze multiple di Howard Gardner, gli uomini hanno sette diverse forme di intelligenza e una di queste è quella naturalistica.

L’intelligenza naturalistica è l’abilità di entrare in connessione profonda con gli esseri viventi non umani e apprezzare l’effetto che questa relazione ha su di noi e sull’ambiente.

Chi possiede questo tipo di intelligenza più spiccata ha:

  • abilità sensoria sviluppata
  • capacità di ragionamento logico
  • sensibilità emotiva verso la natura
  • sapienza esistenziale per collegare tutto.

La biofilia è un potenziale che si concretizza in azioni grazie all’intelligenza naturalistica per risolvere problemi tra uomo e natura. Sarà la base per costruire un mondo sostenibile, in armonia con la natura.

Per capire meglio il pensiero di Wilson, vorrei leggere un libro appena edito da PianoB Edizioni. Si intitola Biofilia. Il nostro legame con la natura. A conclusione di questo post, vi lascio una frase del Professor Wilson che trovo davvero molto attuale:

Se non preserviamo le altre forme di vita come dovere sacro, metteremo in pericolo noi stessi distruggendo la casa in cui ci siamo evoluti.

Edward Osborne Wilson

Matrimonio ecosostenibile: cos’è e come funziona

Hai sentito parlare di matrimonio ecosostenibile e vuoi sapere cos’è e come funziona? Ecco un articolo che soddisferà ogni tua curiosità.

Si parla tanto di matrimonio ecosostenibile: se non hai ancora ben chiaro cos’è e come funziona e, soprattutto, sei curiosa di capire se può fare al caso tuo, ecco allora, per te, una piccola mappa che ti guiderà alla scoperta di una nuova concezione delle nozze: e, credimi, alla fine troverai un vero tesoro!

Ormai si parla molto di ecosostenibilità, spesso a sproposito: è diffusa, infatti, la concezione che seguire uno stile di vita green sia qualcosa di particolarmente complicato. Figuriamoci organizzare delle nozze eco-friendly!

Ti stupirai nello scoprire quanto sia facile dare vita a un matrimonio ecosostenibile. Ma partiamo dall’inizio.

Cosa significa matrimonio ecosostenibile

Il concetto di ecosostenibilità si riferisce a un comportamento che è compatibile con le esigenze dell’ecologia, descrizione che può essere estesa anche all’organizzazione di eventi.

Infatti, proprio il Programma per l’ambiente dell’ONU, ha coniato una definizione di evento sostenibile che è tale quando “ideato, pianificato e realizzato in modo da minimizzare l’impatto negativo sull’ambiente e da lasciare un’eredità positiva sulla comunità che lo ospita”.

I matrimoni sono da considerarsi eventi a tutti gli effetti ed è ormai un imperativo etico provare a capire come minimizzarne l’impatto negativo sull’ambiente.

Perché un matrimonio sia considerato ecosostenibile, dunque, dovrà rispettare alcuni requisiti fondamentali:

  • ridurre gli sprechi
  • utilizzare materie prime a km0, riciclate o riciclabili
  • limitare le emissioni di CO2
  • contenere l’uso della plastica.

Per prima cosa: riduzione degli sprechi. Dovremmo tutti entrare nell’ottica di quegli “all-can-you-eat” che fanno pagare una penale se ordini più del dovuto: quando utilizziamo per un evento più di quello che effettivamente è necessario, paghiamo un prezzo molto più caro. È una penale altissima che infliggiamo a noi stessi e agli altri: è l’attacco al nostro ecosistema.

Gli sprechi si possono evitare in tanti modi: ottimizzando gli addobbi floreali, ad esempio. Il giusto è sempre più elegante del troppo e l’eccesso scade nel pacchiano.

I fiori utilizzati per i tavoli possono essere confezionati e regalati a fine serata agli ospiti: è un servizio che noi di Ecowedding Umbria regaliamo sempre con molta gioia agli sposi.

Un’altra pratica che sta prendendo piede è quella di devolvere il cibo non consumato dopo il banchetto ad associazioni benefiche che si occupano della sua raccolta e ridistribuzione.

Quando si scelgono le materie prime per i vari elementi delle nozze (partecipazioni, bomboniere, tableau, abiti e tutto quello che ti viene in mente), fatti due domande e datti la risposta: questo materiale è ecosostenibile? Se non lo è, esiste un’alternativa che lo sia? Tutto qui: non si rinuncia a niente ma ci si comporta in modo ecologico. Se proprio non puoi fare a meno di qualcosa, accertati che possa essere riutilizzato, rimesso in circolo o riciclato dopo l’uso.

Per quel che concerne le esalazioni di CO2, queste possono essere limitate soprattutto riducendo i trasporti: contattare i fornitori in zona, scegliere location vicine, organizzare gli spostamenti degli ospiti con car-sharing, noleggiare pullman o, per i più coraggiosi, affittare biciclette.

Anche l’uso della plastica può essere contenuto senza troppe rinunce: basta sostituirla con il vetro o con materiali ecologici. Evita la shopping bag o, almeno, rinuncia a riempirla di inutili gadget “plasticosi”.

Matrimonio ecosostenibile: cos’è e come funziona (foto©EcoweddingUmbria)

L’impatto positivo di un matrimonio ecosostenibile

Scegliere di organizzare delle nozze sostenibili è un atto lodevole sotto tanti aspetti. Il concetto di ecosostenibilità è ricco di sfaccettature e si presta a varie interpretazioni e declinazioni. Quando si organizza un evento bisogna tenere in grande considerazione un’accezione più estesa che abbraccia vari ambiti. Così le nozze eco-friendly non si esauriranno solo in una buona pratica ecologica, ma vorranno dire molto di più.

Gli ambiti in cui si realizza l’ecosostenibilità di un evento sono principalmente tre:

  • economico
  • sociale
  • ambientale.

Innanzitutto, qualsiasi evento apporta un vantaggio economico per il territorio in cui si svolge. Il coinvolgimento di fornitori scelti in loco, garantisce maggiori opportunità in termini di occupazione e incentivo all’economia locale.

Quando si organizza un matrimonio si può scegliere anche la strada della sostenibilità sociale: coinvolgere solo fornitori che siano rispettosi delle normative sul lavoro e dei diritti dei lavoratori, aziende che realizzino buone pratiche di economia sociale solidale.

Declinare le proprie nozze in maniera eco-friendly ha una doppia valenza sul piano ambientale. Da un lato si agisce direttamente salvaguardando l’ambiente. Dall’altro si ha l’opportunità di coinvolgere ospiti e invitati in questa scelta, evidenziando il carattere ecosostenibile delle nozze e promuovendo così un circolo virtuoso di attenzione all’ecologia.

L’aspetto più importante che riguarda l’associazione ecologia e organizzazione di un matrimonio – e che genera un grande beneficio in termini ambientali – è senz’altro quello della gestione dei rifiuti pre e post-evento.

Organizzando un matrimonio ecosostenibile si ottiene di:

  • evitare a monte i materiali di scarto, riducendo imballaggi o rinunciando ad accessori o allestimenti che nulla aggiungono alla buona riuscita delle nozze
  • utilizzare il più possibile materiali riciclati e riciclabili
  • riciclare materiali e allestimenti, prolungando la vita dei vari elementi che compongono il disegno delle nozze.

L’ecosostenibilità di un comportamento è, ovviamente, maggiore quanto più si tengono in considerazione tutti e tre gli aspetti: ambientale, sociale, economico. Un’eventualità non sempre facile da mettere in pratica.

Come fare la scelta giusta? Acquisto dall’artigiano sotto casa che non usa materie prime ecologiche o dallo shop on-line che fa dell’ecosostenibilità la sua bandiera? Preferisco le bomboniere del mercatino solidale o aiuto il piccolo negoziante del mio quartiere?

Sono tutte domande per cui non è facile trovare una risposta: cercare di fare del proprio meglio seguendo quello che cuore e buon senso sembrano indicare è l’unica strada percorribile. Perché il viaggio verso l’ecosostenibilità si può percorrere anche a piccole tappe, l’importante è andare sempre avanti con decisione.

Cosa significa matrimonio ecosostenibile (foto©EcoweddingUmbria)

Come organizzare un matrimonio eco-friendly in pochi passi

Entriamo nel concreto. Di seguito ti spiego come organizzare un matrimonio eco-friendly in pochi passi che riguardano:

  • la location
  • il ricevimento nuziale
  • l’abito da sposa
  • le partecipazioni
  • l’allestimento floreale
  • le bomboniere.

Per location del matrimonio s’intende solitamente il luogo dove si svolgerà la festa. In realtà, intorno a questa destinazione, si disegnano come tanti piccoli satelliti altri posti che fanno parte integrante della mappa stellare del giorno delle nozze: le abitazioni degli sposi, il luogo del rito, i punti di partenza dei fornitori, le provenienze degli invitati. Organizzare un matrimonio green significa tenere in considerazione tutte queste distanze e far sì che la location comporti meno spostamenti per tutti e un contenimento delle emissioni di anidride carbonica.

Non esiste un vero festeggiamento senza un buon mangiare e un buon bere: proprio per questo è una scelta intelligente, oltre che sostenibile, utilizzare materie prime a km0, privilegiando le eccellenze gastronomiche locali.

Anche la scelta dell’abito da sposa può essere fatta in maniera eco-friendly: riutilizzando e riadattando l’abito della mamma o della nonna, noleggiandone uno o acquistandolo usato. Oppure scegliendo tra i tanti stilisti e artigiani che propongono abiti da sposa ecosostenibili, realizzati con materiali naturali ma senza togliere nulla a eleganza e raffinatezza.

Le partecipazioni sono un’anticipazione di quello che sarà lo spettacolo del giorno delle nozze, anticipano lo stile del matrimonio e rivelano il carattere degli sposi: farsi annunciare da una partecipazione green è già una dichiarazione di intenti. Da preferire quelle in carta riciclata, facendo attenzione ai metodi di sbiancamento che devono essere ecologici. Oppure le simpaticissime partecipazioni piantabili che, a fine matrimonio, potranno liberarsi dal loro guscio e crescere come piantine ornamentali o aromatiche.

Per quanto riguarda l’allestimento floreale, la scelta migliore è quella di considerare la stagionalità dei fiori, rivolgendosi, se possibile, a coltivatori che rispettino la filiera ecosostenibile e prevedendo un riuso degli addobbi sia nel corso della giornata del matrimonio, sia successivamente, magari omaggiando le invitate di piccoli e graziosi mazzi floreali.

Anche per le bomboniere si può fare una scelta eco e le proposte sono veramente tantissime. L’imperativo è quello di evitare i classici oggetti prendipolvere, i gingilli senza alcun senso se non quello di riempire le case degli invitati di inutili orpelli. Allora, benvenute bomboniere gourmet di tutti i tipi (dall’olio aromatico al miele, dai liquori ai vini), un grande sì alle bomboniere solidali e una bella ola alle bomboniere green per eccellenza: piantine, semi e fiori stabilizzati.

Dopo aver organizzato il tuo matrimonio ecosostenibile, non dimenticare di comunicare il tuo impegno agli invitati: darà loro modo di adeguarsi alle scelte degli sposi, scegliendo a loro volta regali ecosostenibili, rinunciando ad imballaggi superflui e organizzando al meglio gli spostamenti.

Questo post è stato scritto da Barbara Perseghin, che si racconta così: sono un’appassionata content writer per siti web e non solo. Ho nel cuore un progetto, ideato dalla wedding ed event planner Teresa Boccabella, che ho fatto anche mio: Ecowedding Umbria è il sogno di portare l’ecosostenibilità nel mondo degli eventi, divulgando buone pratiche ecologiche e organizzando matrimoni eco-friendly. A piccoli passi, sensibilizziamo gli sposi a ridurre gli sprechi e a compiere scelte responsabili, tutto senza togliere bellezza ed eleganza al giorno delle nozze. “No green, no glamour”, del resto, è il nostro motto!

COP 26: obiettivi e risultati raggiunti

Si è appena conclusa a Glasgow COP26: di cosa si tratta, quali erano gli obiettivi di partenza e quali i risultati raggiunti? Trovi un riassunto in questo post.

Cos’è COP 26?

Con la sigla COP 26 si intende la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Il numero ventisei indica la ventiseiesima edizione annuale che si è da poco conclusa a Glasgow, nel Regno Unito. Con il termine COP si indica un vertice globale sul clima. CO sta per Conferenza e P per parti: Conferenza delle parti sul clima.

Questa edizione di COP 26 ha avuto un carattere straordinario e urgente mai visto prima. I cambiamenti climatici sono ormai in atto e non c’è più tempo da perdere: occorre intervenire subito per salvare il Pianeta, la biodiversità, ma soprattutto noi stessi. A Glasgow si sono riunite più di 30.000 persone provenienti da oltre 196 Paesi al mondo: leader mondiali, negoziatori, rappresentanti dei governi e delle imprese, delle associazioni, dei cittadini.

La prima Conferenza delle Parti si è tenuta nel 1995. Ma è solo nel 2015 con la COP 21, dopo gli incontri di Parigi, che si parla di “primo patto sul clima globale e condiviso”. Nel 2015 si sono riuniti nella capitale francese numerosi rappresentanti di diversi Stati del mondo per sottoscrivere un accordo di collaborazione per contenere l’innalzamento della temperatura globale al di sotto degli 1,5°C: da questo incontro è stato firmato l’Accordo di Parigi.

Ogni Stato presente si era impegnato a creare un proprio piano nazionale, chiamato Nationally Determined Contribution, ovvero contributo determinato a livello nazionale. Da qui la sigla NDC che abbiamo spesso sentito nominare a Glasgow 2021.

L’impegno era quello di aggiornare i piani nazionali ogni cinque anni e presentarli alle commissioni, indicando il lavoro fatto per contenere la temperatura e le immissioni in atmosfera dei gas serra, con tanto di tabelle Excel contenenti i dati precisi.

Lo scorso 31 ottobre 2021 si è aperta a Glasgow COP26, la ventiseiesima Conferenza delle Parti.

Siamo arrivati a questo appuntamento con quattro obiettivi generali di COP 26 da raggiungere e da discutere:

  • mitigazione
  • adattamento
  • finanza
  • collaborazione

Partendo da queste quattro macro aree di confronto, vediamo nel dettaglio gli obiettivi e gli sviluppi ottenuti alla conclusione del vertice COP26.

COP 26: obiettivi e risultati raggiunti

Quali erano gli obiettivi di COP 26?

Alla Conferenza di Glasgow 2021 siamo arrivati con quattro obiettivi e quattro grandi aree di discussione.

Il primo obiettivo di COP26 parla di mitigazione: azzerare le emissioni nette a livello globale entro il 2050 e puntare a limitare l’aumento della temperatura entro 1,5°C.

La proposta era quella di dimezzare le emissioni nei prossimi dieci anni e azzerare le emissioni nette di carbonio entro il 2050. Ogni Paese dovrebbe impegnarsi ad aggiornare il proprio piano nazionale, NDC, e allinearlo rispetto a questo valore di temperatura.

Ad ogni Paese era richiesto di:

  • accelerare il processo verso l’abbandono del carbone
  • ridurre la deforestazione
  • accelerare la transizione verso i veicoli elettrici
  • incoraggiare gli investimenti nelle energie rinnovabili.

Come secondo obiettivo di COP 26 c’è l’adattamento: adattarsi per salvaguardare le comunità e gli habitat naturali. Il clima cambia con gravi effetti sulle persone e sul mondo animale e vegetale.

Occorre proteggere e ripristinare gli ecosistemi e costruire difese, barriere, sistemi di allerta e infrastrutture, sviluppare agricolture resilienti per contrastare la perdita di strade, abitazioni, vite umane.

Nell’ambito dell’adattamento, molto importante è il sostegno alle popolazioni più vulnerabili, quelle che stanno già perdendo habitat, biodiversità e risorse e ripristinare gli habitat, utilizzando maggiori fondi e adeguate strategie. Importante per il raggiungimento di questo obiettivo è anche la “comunicazione sull’adattamento”: apprendere, comunicare e condividere le migliori pratiche.

Terzo obiettivo della COP 26 riguarda la finanza, ovvero mobilitare i fondi. Si partiva dal presupposto che servivano 100 miliardi di dollari l’anno in finanziamenti per il clima entro il 2020. Agli Stati veniva richiesto di sbloccare i fondi e tutti i finanziamenti. Un maggiore investimento, sia da parte degli enti pubblici che da quelli privati, per un’economia sempre più verde e resiliente al clima, puntando su tecnologia e innovazione. Importante era anche il nodo del sostegno ai Paesi in via di sviluppo con 100 miliardi di dollari l’anno per il clima.

Il quarto obiettivo di partenza per COP 26 è la collaborazione: collaborare per ottenere risultati. In particolare si poneva l’accento sul portare a conclusione “il libro delle regole di Parigi” ovvero:

  • trovare una soluzione sui mercati del carbonio
  • essere trasparenti
  • raggiungere un accordo che alimenti l’ambizione dei Governi a limitare l’aumento delle temperature
  • trasformare l’ambizione in azione.

Quali risultati ha raggiunto COP 26?

La ventiseiesima Conferenza delle Parti di Glasgow si è conclusa in ritardo sabato 14 novembre. Non è facile mettere d’accordo così tanti Stati diversi, ognuno con i suoi ritmi di sviluppo e le proprie necessità. I risultati non sono mai quelli desiderati, non accontentano mai tutti: questo per le riunioni in generale, a maggior ragione se parliamo di clima. Leggendo i bollettini di Italian Climate Network e gli articoli degli esperti online, mi sono segnata i punti principali di questa Conferenza delle Parti.

“Se rispettiamo gli accordi possiamo salvarci”

è senz’altro la frase emblema di questa COP 26. Sicuramente sarebbe stato meglio agire prima, dieci o quindici anni fa, ma almeno si riconosce la gravità della situazione.

Molti punti postivi, punti a favore di un accordo e una linea comune sono usciti da questa COP 26. È stato trovato un accordo ed è stato condiviso da 196 Paesi. Si è stabilito di aggiornare il proprio piano nazionale, NDC, ogni anno e non più ogni cinque anni come in precedenza. Visto che le Conferenze delle Parti si svolgeranno ogni anno, almeno ci arriveremo con dati più precisi e aggiornati.

Si è parlato di abbandono del carbone, almeno per quanto riguarda lo stop ai finanziamenti pubblici che prevedono l’uso dei combustibili fossili. Uno degli obiettivi chiari raggiunti riguarda la diminuzione di emissioni di gas serra del 45% rispetto al 2010 entro il 2030. Inoltre, entro il 2024, ogni Stato dovrà conteggiare le proprie emissioni di gas serra.

Un altro punto a favore della conferenza: USA e Cina collaboreranno per ridurre i cambiamenti climatici. Per la prima volta in queste conferenze delle parti si parla di un modello globale con surriscaldamento al di sotto dei 2°C, numero che indica una soglia critica per l’ambiente e gli esseri viventi.

Alcuni punti che hanno soddisfatto solo in parte i partecipanti riguardano il “mercato del carbone“: i Paesi inquinanti devono compensare le loro emissioni finanziando progetti con emissioni negative verso altri Paesi. Questo accordo non è stato approvato da tutte le parti. Allo stesso modo la proposta rimasta un po’ vaga del raddoppio dell’aiuto ai Paesi in via sviluppo da parte delle Nazioni più ricche. Non si parla di date, termini, numeri ma solo della promessa fatta a Parigi di fornire almeno cento miliardi l’anno.

Alcuni propositi sono stati accettati da buona parte delle nazioni, ma non da tutte. Ad esempio, il fermare la deforestazione entro il 2030: punto che è stato approvato solo da 100 Paesi, quelli che ospitano l’85% delle foreste del mondo. Queste Nazioni si sono impegnate a ridurre il disboscamento, ad aumentare la rigenerazione e a proteggere le popolazioni locali.

Il tema dell’inquinamento dei dei mari e degli oceani, della perdita della biodiversità, dell’innalzamento delle acque con gravi danni per le popolazioni costiere è stato trattato troppo marginalmente. Abbiamo visto la situazione allarmante di alcuni Paesi come il rappresentante delle isole di Tuvalu che ha inviato un suo video immerso nell’acqua del mare.

Ridurre il metano del 30% entro il 2030 è l’opzione approvata solo da un centinaio di Stati, ma non da tutti. Limitare l’uso del metano, controllarne gli sprechi e le perdite sono impegni presi solo da alcuni Paesi partecipanti. Allo stesso modo, non si è affrontato il tema degli allevamenti intensivi che meritava più attenzione.

Sappiamo che l’India, quasi a chiusura dei lavori, ha parlato di ridurre le emissioni di gas serra entro il 2070, una data troppo lontana nel tempo, modificando gli accordi finali generali.

I punti negativi, a sfavore o poco trattati in questa COP 26 sono numerosi. A partire dall’assenza di leader mondiali quali quelli di Cina, Russia, Brasile, Australia. Le risoluzioni sulle emissioni di gas serra sono ritenute troppo deboli, visto che le emissioni sono aumentate nel corso del 2021 (+5% circa rispetto al 2020).

Non si è arrivati a definire di restare a tutti i costi al di sotto degli 1,5°C di aumento della temperatura in atmosfera. Europa e Stati Uniti si sono rivelati poco concreti nell’aiutare coloro che stanno vivendo crisi climatiche enormi. Non si è arrivati all’abbandono del carbone, ma solo alla sua riduzione graduale, proposta dall’India.

Questi gli obiettivi generali e i risultati ottenuti dalla recente COP26 che d’ora in poi sarà chiamata Glasgow Climate Pact.. L’appuntamento è il prossimo autunno in Egitto.

*fonti* Per parlare di COP 26 e dei suoi obiettivi mi sono riferita ai dati del sito ufficiale ukcop26.org, mentre per i risultati ho preso spunto dalle newsletter “Il colore verde” di Nicolas Lozito e dai bollettini ufficiali di Italian Climate Network.

Cos’è il Decennio del Mare

Il Decennio del Mare è stato istituito dalle Nazioni Unite per dare vita ad un programma comune di tutela e salvaguardia del mare. Obiettivo: far conoscere meraviglie, problematiche e soluzioni per i mari e gli oceani, anche grazie alla mostra Ocean and Climate Village che si è tenuta a Milano.

I 7 obiettivi del Decennio del Mare

Le Nazioni Unite hanno istituito il Decennio delle Scienze del Mare per lo Sviluppo Sostenibile. Dal 2021 al 2030 la Decade of Ocean Science for Sustainable Development si occuperà di riunire la comunità scientifica, i governi, la società e i privati in un grande comune programma di ricerca e innovazione tecnologica.

Il Decennio del Mare sarà un periodo nel quale dare spazio alla scienza che aiuta ad avere mari e oceani come li vogliamo:

la scienza di cui abbiamo bisogno per l’oceano che vogliamo

Dieci anni per promuovere azioni di sviluppo sostenibile per raggiungere gli Obiettivi dell’Agenda 2030. In particolare, l’obiettivo 14 che prevede di ridurre in modo significativo, entro il 2025, tutti i tipi di inquinamento e ridurre al minimo l’acidificazione degli oceani e dei mari.

The Ocean we want, l’oceano che vogliamo, è la frase chiave della campagna del Decennio del Mare. Per avere un mare pulito e ricco di biodiversità, le Nazioni Unite si sono date sette obiettivi.

I sette risultati concreti per la società che il Decennio del Mare punta a raggiungere, rispondono alla domanda vogliamo un mare che sia:

  1. pulito, con un inquinamento ridotto al minimo o assente
  2. sano, mari ed oceani con ecosistemi marini protetti e studiati
  3. predicibile, ovvero una società in grado di comprendere l’ecosistema marino e i suoi bisogni presenti e futuri
  4. sicuro, per le persone
  5. sostenibile, che garantisca cibo per il futuro
  6. trasparente, con dati e informazioni accessibili a tutti
  7. ispirazionale, che dà spunti, idee e coinvolge.

Perché occuparsi del mare e degli oceani? Parliamo sempre della salvaguardia della Terra sopratutto degli ecosistemi terrestri, dell’aria e delle acque dolci. Ma il nostro Pianeta è composto per il 77% da acqua salata e dobbiamo tenerne conto.

Alcuni dati significativi che ho trovato alla mostra Ocean and Climate Village ci dicono che:

  • nel mondo ci sono 777.655 chilometri di coste
  • 181 Stati al mondo su un totale di 208 si affacciano sul mare o sull’oceano
  • il 71% della superficie terrestre è coperto dall’acqua
  • l’oceano contiene il 96.5 %di tutta l’acqua della Terra.
Cos’è il Decennio del Mare

La mostra Ocean and Climate Village

Dall’1 al 3 ottobre si è svolta a Milano presso La Triennale la mostra Ocean and Climate Village. Ispirata al Decennio delle Scienze del Mare e dello Sviluppo Sostenibile, è stata la prima mostra itinerante con focus su oceano e clima.

Un’esperienza multisensoriale e formativa per parlare del rapporto che c’è tra il clima e le acque dei mari e degli oceani. Il nostro Pianeta è fortemente influenzato dai mari e dagli oceani che ne cambiano le condizioni climatiche. La mostra ha raccontato il rapporto tra clima ed oceani attraverso otto zone e sei punti di vista:

  • climatologia
  • specie ed habitat
  • alimentazione
  • cultura
  • protezione ambientale
  • sfide che l’oceano affronta oggi.

Una mostra interessante, che mi ha fatto pensare al fatto che si sente parlare così poco di alcuni temi e tanto di altri. Ad esempio, sappiamo tutti che la plastica è uno dei principali problemi per mari e oceani e anche per la terraferma. Mentre si parla poco del fatto che nel mare e negli oceani l’ossigeno sta diminuendo.

Si tratta della deossigenazione dell’oceano. Attività umane come la combustione dei combustibili fossili e gli scarichi di agricoltura e rifiuti, assieme all’aumento di temperatura e nutrienti nelle acque sono responsabili del fenomeno della deossigenazione degli oceani. Si contano oltre 500 siti a basso contenuto di ossigeno. Questa perdita di ossigeno danneggia gli organismi marini, che devono lavorare di più per ricavarlo.

Il nostro mare è il Mar Mediterraneo e nella mostra Ocean and Climate Village ho trovato numerosi dati che ci confermano la sua importanza.

Il Mar Mediterraneo:

  • occupa lo 0.82% della superficie dell’oceano mondiale
  • ospita il 7% della biodiversità marina mondiale
  • bagna 21 Paesi in 3 continenti
  • la sua profondità media è di circa 1430 metri

Dell’Italia è emersa la sua estrema fragilità. Tredici dei suoi siti culturali costieri dichiarati Patrimonio Unesco rischiano di essere sommersi e quattordici sono quelli a rischio di erosione futura. Le zone più fragili sono Venezia e la laguna, Ferrara, il Delta del Po e la Basilica di Aquileia.

Allo stesso tempo, l’Italia ha una grande bellezza legata al suo patrimonio naturale ed artistico. Il Mediterraneo ospita tra le sue acque specie ed ecosistemi unici al mondo. Alcune di queste aree sono state riconosciute dall’Unesco come Riserve della biodiversità. Queste Riserve della Biosfera sono luoghi di grande importanza per la sostenibilità. L’Italia conta 17 riserve della biosfera, zone studiate e protette per comprendere i cambiamenti climatici e le interazioni tra sistemi naturali e sociali.

Alla mostra Ocean and Climate Village è stato promosso un concorso dedicato alle donne e al mare. Si chiama Premio Donna di Mare 2022 e si rivolge a giovani donne che hanno a cuore l’ambiente marino. Imprenditrici femminili che tutelano l’ambiente, nel rispetto delle pari opportunità e della tutela del patrimonio e delle persone. È possibile partecipare con contributi multimediali, grafici e fotografici e con progetti educativi e di ricerca.

L’obiettivo del Premio Donna di Mare 2022 è quello di mettere al centro la relazione tra le donne e il mare e creare un modello di organizzazione capace di affrontare le sfide ambientali e sociali verso uno sviluppo sostenibile e in accordo con gli obiettivi delle Nazioni Unite. I tre macro temi di ricerca riguardano il mare e la donna e il fondamentale ruolo delle donne e del mare.

I dati che trovi in questo post sono tratti dal sito ufficiale del Decennio del Mare

Wildlife Photographer of The Year 2021

Il Wildlife Photographer of The Year è la mostra di fotografie naturalistiche più prestigiosa al mondo: scatti che ci mostrano la bellezza e la fragilità della natura. Non una semplice mostra, ma un modo per osservare e conoscere animali e ambiente attraverso la fotografia e riflettere sul nostro destino comune.

Il Wildlife Photographer of The Year è una delle mostre di fotografia naturalistica più conosciute ed apprezzate al mondo. Torna quest’anno a Milano, in una nuova sede, presso Palazzo Francesco Turati (ex spazio Forma) in via Meravigli, nel centro di Milano, fino al 31 dicembre 2021. La mostra è organizzata dall’Associazione culturale Radicediunopercento con il patrocinio del Comune di Milano.

La mostra Wildlife Photographer of The Year

Non solo una mostra, ma un grande evento dedicato alla natura: ecco cos’è il Wildlife Photographer of The Year. Un modo per conoscere gli animali, le piante e l’ambiente attraverso gli scatti dei fotografi naturalisti, persone che hanno girato il mondo, stazionato per giorni e giorni in condizioni estreme, per fotografare un particolare animale, un momento di vita selvatica, una zona della Terra.

Wildlife Photographer of The Year è un prestigioso concorso, nato a Londra nel 1965 grazie al Natural History Museum. Lo scorso anno la competizione ha accolto 45.000 scatti fotografici provenienti da oltre 95 Paesi del mondo, realizzati da fotografi professionisti e dilettanti di ogni età.

Alla fine dello scorso anno, una giuria internazionale di esperti ha selezionato i 100 scatti che sono in mostra a Milano presso Wildlife Photographer of The Year. Gli scatti sono stati scelti in base alla creatività, al valore artistico, alla complessità tecnica. Possiamo osservare animali rari nei loro habitat, comportamenti insoliti e paesaggi straordinari.

Ogni anno la mostra mi colpisce con le sue meravigliose immagini che mostrano la bellezza e la fragilità della natura, degli animali e dei loro habitat. Durante il percorso della mostra Wildlife Photographer of The Year, incontriamo diverse sezioni:

  • i vincitori di categoria
  • le sezioni sul comportamento di Invertebrati, Mammiferi, Uccelli, Anfibi e Rettili
  • i ritratti animali
  • il mondo subacqueo
  • la fauna selvatica urbana
  • le piante e i funghi.

Molto interessanti sono anche le sezioni dedicati ai portfolio dei ragazzi e dei giovani e storie di fotoreporter e fotogiornalismo.

All’ingresso troviamo ad accoglierci gli scatti dei vincitori. Meravigliosa l’immagine della tigre dell’Amur in Siberia, un felino raro, in via d’estinzione, che abbraccia un albero antico, un abete della Manciuria, per marcare il territorio. C’è voluto quasi un anno di lavoro, appostamenti e autoscatti per realizzare questa fotografia.

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Biova Project, la birra che nasce dal pane recuperato

Si chiama Biova Project, la start up che trasforma il pane invenduto in birra premium artigianale. Dalla scorsa estate è nata una nuova partnership con Eataly, presentata oggi a Torino, e presto un nuovo prodotto: il Ri-Snack. Scopri nel post la storia di questo esempio di economia circolare nel settore del cibo. Perché il pane non si spreca, si beve.

L’economia circolare di Biova: il pane non si spreca, si beve

Biova Project è una start up nata a Torino nel novembre del 2019: il suo nome, biova, è quello dalla classica pagnotta piemontese. Il pane è il punto di partenza del progetto che vuole creare un esempio virtuoso di economia circolare reale nel settore del cibo.

Ogni giorno in Italia 13.000 quintali di pane restano invenduti sugli scaffali

Uno spreco alimentare, un danno economico e sociale.

Cosa possiamo fare? Si sono chiesti Franco, Emanuela, Simone e Martina, i fondatori di Biova project. Generare nuovo valore dagli scarti. Hanno pensato di utilizzare una filiera corta locale per poter recuperare gli avanzi del pane invenduto. La start up Biova Project si rivolge alle panetterie, alle piccole aziende, ai ristoranti e ai distributori di pane, a tutte quelle realtà locali che la sera si ritrovano con del pane invenduto.

L’idea si sviluppa su tre livelli, seguendo tre linee guida:

  • trasformare il pane in birra
  • fare responsabilità sociale d’impresa
  • creare birra in co-branding.

I ragazzi di Biova Project hanno iniziato da Torino e dal Piemonte, individuando panifici e negozi con avanzi di pane da donare ai birrifici artigianali della zona per produrre birra secondo un modello di economia circolare a chilometro zero.

Biova Project: noi lo spreco ce lo beviamo

Il pane invenduto viene tostato e sbriciolato. Seguono poi i processi di macinatura e fermentazione. Infine viene utilizzato e trasformato dai birrifici locali in birra artigianale premium.

I vantaggi ecologici, sociali ed economici del Biova Project si possono riassumere nei dati seguenti. Ogni 150 chilogrammi di pane recuperato:

  • si producono 2.500 litri di birra premium
  • si risparmia il 30% di malto d’orzo, ovvero di materie prime necessarie
  • si risparmia energia e si immettono 1365 chilogrammi di CO2 in meno nell’ambiente.

In un anno di utilizzo del progetto, la start up Biova Project ha raggiunto questi importanti risultati:

I risultati raggiunti in un anno dalla start up Biova Project

Generare valore da uno scarto è possibile. Il pane invenduto è recuperato e questo va senza dubbio a favore dell’ambiente e dell’economia, aiutando anche dal punto di vista sociale.

Le birre artigianali, la partnership con Eataly e il nuovo Ri-Snack

Le birre artigianali che si trovano sul sito di Biova Project sono le classiche artigianali, le birre del territorio e quelle nate da una partnership.

Tra le birre artigianali troviamo birre a gradazione medio bassa, con sapore diverso a seconda del tipo di pane utilizzato, ma sempre dal gusto leggermente salato caratteristico di questo alimento. La birra classica Biova permette di risparmiare fino al 30% di malto d’orzo, mentre la birra leggera ha una gradazione alcolica pari a 3,7%, leggera ma dal gusto deciso. C’è poi la birra che deriva dal pane integrale, scura, ad alta fermentazione con un risparmio di malto d’orzo pari al 15%

Un circolo virtuoso positivo che fa del bene, un progetto che aiuta l’ambiente e le persone. Un nuovo prodotto, una birra artigianale prodotta localmente, che deriva da un alimento che resta invenduto a fine giornata e considerato, a torto, uno scarto.

Le birre artigianali Biova Project si possono trovare in molte città del Piemonte e dell’Italia. A Milano, ad esempio, le troviamo presso il Consorzio Stoppani, la Cascina Santa Brera, le catene alimentari Unes e Coop.

Quest’estate è nata una nuova birra, una partnership tra Biova Project e Eataly Lingotto a Torino: la birra Biova Eataly, fresca, estiva e leggera. Dal forno a legna del Lingotto sono stati recuperati 150 chilogrammi di pane invenduto: il pane è stato trasformato in 2.500 litri di birra artigianale.

Il progetto di economia circolare in abito alimentare di Biova Project vedrà presto un nuovo prodotto: il Ri-Snack. Il Ri-Snack sarà il primo snack italiano che combatte lo spreco alimentare.

Uno spuntino a base di malto d’orzo, quel malto che rimane dalla produzione della birra, chiamato anche “trebbia”: questo impasto permette di risparmiare il 40% di nuove materie prime.

Dal malto d’orzo germinato e tostato si crea un mosto base per la produzione della birra. Una volta estratta la parte liquida della bevanda, ciò che resta nella botte può prendere tre diverse strade:

  • essere utilizzato nell’alimentazione degli animali
  • produrre compost
  • venire gettato in discarica.

Biova Project utilizzerà questo malto per produrre il nuovo Ri-Snack a base di malto d’orzo, trasformando ancora una volta uno scarto alimentare in un nuovo prodotto da utilizzare sulle nostre tavole o nei momenti di pausa.

Una start up innovativa quella di Biova Project che sta mettendo in pratica i principi dell’economia circolare, evitando lo spreco di un alimento prezioso e antico come il pane, aiutando il Pianeta a risparmiare energia e materie prime. Perché ormai il pane non si spreca, ma si beve.